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Rosanna Santonocito

JOBtalk di Rosanna Santonocito

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7 febbraio 2012 - 10:50

Dirty Job / French (mani)cure contro la disoccupazione: armate di limetta e smalto per (ri)trovare lavoro

ManicureNei Centri per l'impiego francesi curare il proprio aspetto è una politica attiva: si comincia da lì,  soprattutto quando se ne ha poca voglia perchè la testa è altrove. L'effetto  positivo sull'umore di piega e smalto i francesi l'avevano già sperimentato negli ospedali, anni fa. Vedersi e farsi vedere al meglio senza dubbio aiuta ai colloqui, anche se, come ricorda Luigi, l'aspetto non è tutto, infatti la remise en beautè fa parte di un intervento che lavora soprattutto sulle abilità e le competenze.  Permettetemi un po' di invidia per i vicini di frontiera, e non solo per la creatività: lì il binomio aspetto-lavoro non è diventato una materia impraticabile...
 
di Luigi Ballerini.- Chissà se la french manicure potrà davvero trasformarsi in una “french cure”? Sì, proprio un’inedita cura per l’inoccupazione delle donne.  Per ora l’esperimento è tutto parigino, ma potrebbe dilatarsi a  macchia d’olio (pardon, a macchia di smalto) una volta che si diffonderà la consapevolezza dei risultati positivi dell’iniziativa.
Pole Emploi, l’agenzia governativa francese per il lavoro, mette a disposizione – per ora esclusivamente alle donne, ma in futuro non si esclude che il servizio possa essere esteso anche agli uomini – degli atelier gratuiti per le disoccupate in cui acquisire nuove competenze per rifarsi il look. Precedenza viene data alle donne che da qualche anno si trovano senza occupazione, e tra le schiere delle frequentanti molte sono over50.
Trucco e parrucco assieme alla manicure vengono così messi al servizio della ricerca di una nuova occupazione, dentro la certezza che ciò che in gergo tecnico viene definito lo standing – ossia il modo di porsi e presentarsi – abbia un effetto potente su chi deve valutarci e possibilmente sceglierci per un’assunzione. E siccome l’aspetto non è tutto, ecco intervenire nel programma anche un esperto coach che aiuta a sciogliere quei nodi relazionali, magari certe durezze o rigidità, che possono a loro volta compromettere l’esito del colloquio. L’anno scorso quasi metà delle donne che hanno partecipato agli atelier hanno avuto la soddisfazione di rientrare nel mondo del lavoro, per la precisione venticinque su sessanta.
Certo, non possiamo essere ingenui e affidare tutto al look: le competenze e le conoscenze non possono mancare e non si tratta certo di ingannare, né tantomeno sedurre, chi lavora nella selezione del personale. E’ altrettanto vero, però, che a parità di esperienza e hard skills la cura di sé e il saperci fare nel rapporto sono elementi preziosi che possono effettivamente orientare la scelta finale. Sappiamo infatti che non basta essere tecnicamente bravi nel proprio lavoro se poi si ci si presenta come sciatti o troppo affettati, come arroganti e presuntuosi o, al contrario troppo dimessi. Parte del successo di un colloquio di selezione passa  anche dall’extraverbale, dal modo in cui si arriva all’appuntamento, della sicurezza di sé e della positività che traspare dal proprio aspetto.
Ma tutto ciò non vale per chiunque, uomini compresi? Barba fatta, modi cortesi, ma senza sbavature, mani e taglio curati sono ugualmente indici positivi anche per gli xy, segnali esteriori che possono valorizzare anche ciò che a prima vista non appare. Allora, per favore, qualcuno lo dica anche ai signori. Forse sono davvero coloro che ne hanno più bisogno, se non proprio della french manicure almeno della french cure.
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Categorie: DirtyJob

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Di cosa parliamo quando parliamo di lavoro? Prendiamo in prestito (e lo distorciamo) il titolo di un bel libro di Raymond Carver. Lì i racconti parlavano d’amore. E il lavoro, proprio come l'amore, che ci sia o no, é un argomento che interessa tutti e su cui tutti hanno qualcosa da dire.

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6 febbraio 2012 - 16:58

Il lato B / Di che cosa parliamo quando parliamo di lavoro? Erano solo battute, ora è una compilation (sul posto fisso)

Di che cosa parliamo quando parliamo di lavoro? Non è un caso  se ho scelto Raymond Carver come nume tutelare di JobTalk ( ormai quasi cinque anni fa!) e la sua frase, rivisitata in base al contesto, come guida e manifesto programmatico del blog.
La domanda carveriana, infatti, dovrebbe essere sempre in testa  alle preoccupazioni di chi parla sia d'amore (come i personaggi Carver) che di lavoro. Non solo per gli autori di post e commenti. Anche per i ministri.
La fabbrica delle improvvide uscite, aperta dal viceFornero Michel Martone  (laureati vecchi e sfigati) e consolidata dallo stesso premier (l'insostenibile monotonia del posto fisso) è  diventata una compilation tipo "Tribute to..." che si arricchisce ogni giorno di tracce con cover di motivi evergreen e di  interpreti governativi. Categoria big, direbbero a Sanremo.
Oggi al supergruppo si sono aggiunti  Cancellieri (stamattina: i giovani vogliono lavorare vicino alla mamma) e poi la stessa Elsa Fornero che poco fa,  all' apertura dell'anno accademico dell'Università di Torino, ha intonato "il lavoro fisso è una illusione".
Nei ranghi dell'opposizione, la senatrice Giuliana Carlino, capogruppo dell'Idv in commissione lavoro, si chiede se " il governo pensa di fare la riforma del lavoro a colpi di battute infelici" e se questa maratona verbale on air non sia un'"arma di distrazione di massa" dal problema sostanziale, che resta quello di come dare gas alle assunzioni di giovani, donne, over50 mettendo in campo una riforma del mercato del lavoro efficace e auspicabilmente condivisa.
Nei ranghi dei blogger, l'acuto Alessandro Capriccioli, autore di  Metilparaben , osserva che tutte queste dichiarazioni hanno un fondo di verità (assolutamente d'accordo, persino prese così, astratte dal contesto in cui sono state pronunciate, toccano i temi intorno  a cui si snoda il dibattito sull'occupazione giovanile, il lavoro atipico, il confronto con il resto d''Europa  ecc  )  e che, quindi,  il fine e la preoccupazione dei ministri che le rendono  dovrebbe  essere, se non noiosamente didattico, almeno costruttivo. ..." comunicare al paese che a volte i ragazzi italiani stazionano troppo a lungo nelle università, che il mercato del lavoro sta inevitabilmente cambiando e che a volte bisogna saper rischiare un po' di più per ottenere una maggiore soddisfazione dalla propria carriera professionale". Quel che non si capisce invece , prosegue il post,  è la scelta del tono, "la sottile nota irridente".  Un carico beffardo che finisce per ottenere non l'attenzione, ma il rifiuto (variamente indignato) dei già abbastanza spazientiti destinatari.
Un po' di tatto, chiede Metilparaben agli attaccanti della squadra Monti , un po' di delicatezza: " Per comunicare al soldato Rossi che gli è morta la mamma, insomma, non occorre schierare il battaglione nel piazzale, ordinare a chi ha entrambi i genitori di fare un passo avanti e aspettare il malcapitato al varco gridandogli contro "Soldato Rossi, che cazzo fai?".
Solo apparentemente off topic : ieri sera a Che tempo che fa anche Roberto Saviano ha ricordato Wisława Szymborska e, leggendo i versi sul curriculum  che vi ho postato venerdì, ha sbancato lo share serale, 17, 66% ovvero sei milioni davanti al video come per l'intervista a Monti, e in libreria oggi c'è chi chiede la Szymborska, non solo Fabio Volo. Perchè in Italia c'è fame di bellezza, ha scritto ora Saviano su Twitter. Da placare con una  dieta a base di poesia. Ma piena di senso (non buon senso)  quotidiano.   
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Categorie: Il lato B

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6 febbraio 2012 - 11:05

JobArt / Il mio lavoro non è monotono: la vignetta di Pedrazzini per JobTalk

Pedrail mio lavoroIl posto fisso può non essere monotono: due possibilità...
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Categorie: JobArt

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3 febbraio 2012 - 13:17

il lato B / Che c'è di meglio di un video sul curriculum, ma quello di carta, per ricordare Wisława Szymborska

Szymb4Non sarebbe stata una giornata monotona per il lavoro , quella di ieri, giovedì, anche senza l'animazione del premier Mario Monti sulle qualità di intrattenimento del  posto fisso. Tra le cose accadute, la morte della poetessa polacca Wisława Szymborska.
Premio Nobel per la letteratura nel 1996, è autrice di poesie singolari in cui faceva scivolare con disinvoltura  il lavoro e la vita in azienda. Per i suoi versi, Szymborska sceglieva argomenti prosaici, la statistica o il curriculum vitae, ma non si allontanava mai troppo dal contesto in cui questi strumenti quotidiani si materializzano. Con sorpresa e anche imbarazzo dei tecnocrati e per la delizia degli umanisti da ufficio. Immancabili, le poesie di Szimborska  alla nostra prima Jobmarathon  vennero scelte da diversi lettori,  ben tre lette con professionale maestria da Enrico Bertolino. Di quel bel pomeriggio di letture di tre anni fa ricordo anche una piccola impasse tra i dicitori, incerti se l'autrice fosse morta o vivente. Era viva allora,  é viva oggi come è  privilegio dei poeti.  
Ieri, non so se è un caso,  i colleghi de IlPost.it hanno pescato nella rete questo video e lo hanno messo online.Anche la Skoda, sì proprio quella dell'hip hop birichino di "El ga el Suuv", ha trovato come, nell'azione di scrivere un  curriculum vitae, quello all'antica, su carta,  ci sia la stessa poesia del viaggiare, e ci ha fatto uno spot per vendere le macchine. Con il cv. Chissà cosa direbbe la Szymborska. Secondo me non le dispiacerebbe.

 

 
Scrivere un curriculum (da "Vista con granello di sabbia")
Che cos'e' necessario?
E' necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.
A prescindere da quanto si e' vissuto
e' bene che il curriculum sia breve.
E' d'obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e malcerti ricordi in date fisse.
Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.
Conta di piu' chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all'estero.
L'appartenenza a un che, ma senza perche'.
Onorificenze senza motivazione.
Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.
Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.
Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l'orecchio in vista.
E' la sua forma che conta, non cio' che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.
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2 febbraio 2012 - 19:28

Il lato B / Indignati e offesi (voglio un lavoro come Steve Mc Queen)

Mont_1E' molto meglio avere un lavoro fisso allegro e movimentato o unStevwe lavoro instabile e, in quanto tale, malinconico-depressivo  oppure, viceversa, avere un lavoro fisso monotono e senza brividi, o un lavoro precario divertente e ammazzafiato come un'attrazione di Gardaland?
L'uscita televisiva del premier Monti sul posto fisso, quella  che ha infiammato per tutto il giorno politici e social networkers indignati  e offesi,  mi ha scatenato questo dubbio catalanesco ( gli over 40 si ricorderanno  di"Quelli della notte" e del personaggio campione della domanda ovvia nello zoo di tipi umani di Renzo Arbore, i più giovani ricorrano come sempre a Youtube). 
Il Governo, che a questo punto  produce gaffe con scadenza settimanale come le riforme (l'ultima, gli sfigati fuoricorso di Martone), inciampa ripetutamente nelle parole. Ma così  facendo stimola riflessioni tutt'altro che banali proprio sui temi centrali. E questo non è affatto male, visto quanto il lavoro, negli anni recenti, è stato assente dal dibattito pubblico. Oppure confinato al costume (il filone garrulo del "se non c'è inventiamocelo!") o alle piazze televisive di Santoro, dove o si è pro o si è contro e la complessità degli argomenti non passa perchè, a casa,  la mano cerca subito il telecomando (almeno così si pensa).  
Le questioni sollevate dall'aggettivazione del Presidente del consiglio (perchè basta ascoltare per intero l'intervento, non solo le parole rilanciate come coriandoli,  e la polemica si attutisce,  ma di parecchio) riguardano due aspetti sostanziali  come la flessibilità e la qualità del lavoro, declinati in termini di soddisfazione dei bisogni e di realizzazione personale. Accompagnati anche da due dati di fatto, che nei tweet e retweet di questa lunga mattina sono usciti molto chiari. "Chiedete loro se vogliono posto fisso o un lavoro dignitoso", scriveva Chedisagio, identità microbloggante del collega Marco Castelnuovo.
Primo: per i giovani il cambiamento di mentalità c'è già stato. Più o meno volentieri i venti-trentenni hanno già da tempo interiorizzato la flessibilità e una visione di vita non sequenziale e predeterminata dopo gli studi. Soprattutto i ventenni pensano per progetti, provate a parlarci un momento, e questa indeterminatezza esistenziale a volte fa imbestialire i loro capi e i genitori.
Il punto è che flessibile, nel mercato del lavoro italiano com'è oggi, è sinonimo di precario, ovvero di lavoro senza o con poche tutele, senza prospettive stabili, senza un percorso di crescita (anche personale e non aziendale, attraverso più tappe ed esperienze di lavoro in posti diversi) e pagato male.  Anche se sei laureato, ti offrono poco, e per poco. Non c'è niente di avventuroso alla Steve McQueen o di sfidante o di gratificante,  ne' c'è un premio per il rischio e il coraggio, in questa flessibilità. E' chiaro che, a un lavoro c0sì, è ben preferibile la "monotona" certezza del posto fisso. Secondo punto: peccato che il posto fisso non ci sia più.

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Categorie: Il lato B

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1 febbraio 2012 - 13:34

Il lato B / L'indagine Ikea: hai un collega gay? Noo? Eppure gay lesbiche bisex trans lavorano con te (anche se in azienda diventano trasparenti)

Di-bussolo-santonocito-312-199Com'é che se chiedi a qualcuno se ha un amico gay, o se ne conosce almeno uno, tutti dicono di si, e se invece chiedi "Hai un collega gay ?" tutti rispondono di no? Bella domanda, questa lanciata ieri  a Milano da Ivan Scalfarotto, direttore esecutivo di Parks-Liberi e uguali  ,  in apertura della presentazione Scalfarottodell'indagine  di Ikea , la prima che viene svolta in Italia, sull'inclusione di gay, lesbiche, bisex e transessuali (Gblt l'acronimo) sul posto di lavoro.
Un ottimo assist per entrare subito nel vivo. Nelle aziende  italiane è come se i Gblt non ci lavorassero. Come se non ci fossero, perchè non si vedono e perchè di loro non si sa nulla: provate  a immaginare di non poter mai parlare con i colleghi della vostra vita fuori dal lavoro o di non poter mettere sulla scrivania la foto di chi amate, suggeriva Ivan, che è gay dichiarato ed è stato direttore Hr di Citigroup a Londra e a Mosca. E' come se non ci fossero , le persone Gblt in azienda,  anche perchè le policy - persino quelle più apparentemente neutre come l'uso della macchina aziendale da parte di partner e familiari -  non contemplano la loro condizione.
What_we_offer_buttonsEppure ci sono, e lavorano fianco a fianco con la maggioranza etero. Tra i 476 lavoratori interpellati nelle tre sedi Ikea di Bologna, Roma e Catania che hanno risposto al questionario, a definirsi gay, lesbica, bisex o trans è stato complessivamente  il 14%. Proiettato su tutta la popolazione dei dipendenti Ikea,  il dato diventa 6,58  e, secondo Scalfarotto, la stessa percentuale si può riportare a qualsiasi organizzazione.  Un 6,58% di invisibili, "sommersi" per tutte le (tante!) ore dedicate la lavoro nella giornate e a rischio di diversity stress, per usare la definizione portata ieri dal professore della Sapienza di Roma Vittorio Lingiardi.  
Lo so cosa state pensando: "non ci avevo mai pensato". Nemmeno io.  E' la stessa risposta che, mediamente,  danno i responsabili Hr quando si trovano ad affrontare una questione che riguarda un dipendente Gblt, e di solito questo  accade quando c'è un problema, raramente prima.  Non succede così, invece, nelle dieci grandi  e grandissime aziende che si sono associate in Parks - CitiGroup, Johnson&Johnson, ElyLilly, Linklaters, Telecom Italia, Consoft, Sixty Group, Il Saggiatore, Roche e Ikea - proprio per attrezzare il loro management con una  realtà di consulenza, formazione e monitoraggio delle pratiche in tema di inclusione e  valorizzazione dei dipendenti di orientamento sessuale non etero.
L'indagine di Ikea Italia , gestita con questionari anonimi da Parks che ha analizzato e confrontato anche le risposte del gruppo Gblt  e di quello eterosex, nasce da qui . Lo ha detto Valerio Di Bussolo, responsabile delle relazioni esterne e della Csr nonchè promotore dell' indagine. L''obiettivo è ispirare azioni pratiche di gestione della diversità mirate alla popolazione Gblt del Gruppo, cercando la collaborazione degli enti locali che hanno politiche inclusive ( i registri delle unioni, per esempio) e , ha aggiunto "è un ottimo punto di partenza". 

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Categorie: Il lato B

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30 gennaio 2012 - 16:36

Il lato B / “Quando studiavo io era tutto diverso…” E se all'università ci mandassimo i genitori? Succede a Milano Bicocca

 Openday"Sono perlopiù madri tra i 51 e i 60 anni, con un alto grado di scolarizzazione. È il profilo tipo del genitore che segue il figlio all’inizio del percorso universitario". Chi scrive sono i servizi di orientamento d’Ateneo,  e l'ateneo è l'Università degli Studi Milano Bicocca.
L'idea è singolare ma molto opportuna: organizzare a un open day informativo fatto su misura. Però non  diretto ai ragazzi aspiranti matricola alle prese con la scelta della facoltà. No. E' indirizzato ai loro genitori, e dalla citazione risulta che sono le loro madri il genitore che si pre-occupa dei destini accademici. Perlopiù. Così, le signore babyboomer  con un figlio/a che si affaccia alla vita universitaria sono state invitate sabato prossimo alle 10 e 30  a venire in aula. Me le vedo già sciamare veloci nei vialoni spogli dalla Bicocca, le mamme cariche di borse e il cellulare che squilla, le giovaniliste in leggings neri e pantofolona australiana alla moda accanto ai paletot delle "metallizzate" stile Christine Largarde, come le "tagga" Maria Laura Rodotà, ma tutte perlopiù egualmente affannate e in debito di tempo, mentre i padri ancora una volta latitano.
Là troveranno schierati  i  docenti di Scienze della Formazione, di Psicologia e di Medicina a cui potranno chiedere notizie pratiche su funzionamento delle facoltà, ma anche sulle prospettive occupazionali future  e sull'organizzazione degli studi universitari come sono oggi. 
Perchè la chiave per capire l'iniziativa sta proprio nel titolo scelto per la comunicazione dell'evento. "“Quando studiavo io era tutto diverso”. La questione, infatti, non è tanto come mai pare che siano i genitori(ops, le madri perlopiù) , e non i figli, a telefonare allo sportello della Bicocca per chiedere chiarimenti e sostegno decisionale. Lo rivela la delegata del rettore per l’orientamento Loredana Garlati. Sgamati o sfigati, non è questo il punto che interessa qui.
Piuttosto, la trovata della Bicocca è a prima risposta strutturata di cui si ha notizia a una una tendenza storica del costume italiano in merito a formazione e lavoro. 
La famiglia funziona da agenzia formativa e orientativa, e la sua autorevolezza la mette al numero uno come consulente nella lista, prima dei servizi scolastici e universitari, dei centri di orientamento, dei career day, di Internet ecc. Ma è una autorevolezza presunta, nonostante tutta la buona volontà, quella del genitore-genitrice consulente, che se parla di lavoro e di lauree parla di quello che conosce. Cioè della sua esperienza diretta, o poco altro: di quello spicchio di studio e di lavoro che ha vissuto di persona, dei suoi modi di vedere, dei suoi timori protettivi per le difficoltà, le illusioni e le disillusioni che si incontrano sui percorsi professionali meno ovvi e praticati del "posto in banca",  peraltro ultimamente  in grande rentrée. Delle sue certezze che non sono più quelle del mondo del lavoro di oggi. Figuriamoci di quello di un domani su cui è rischiosissimo sfoderare previsioni. L'altro giorno a Davos si è sentito Lawrence Summers, economista consigliere di Obama, mettere in dubbio la capacità dell'innovazione nel creare impieghi e indicare, come alternativa, i servizi sanitari e le palestre.
Mi sono ricordata di quando, anni fa, frequentavo spesso, invitat come testimonial, gli incontri delle job fair e ai career day, e in partenza dicevo : "Non date retta ai vostri genitori: quando parlano di lavoro non sono attendibili. Andate per la vostra strada, piuttosto convinceteli con gli argomenti e i fatti delle ragioni delle  scelte che fate. Diventeranno i vostri più forti sostenitori ". I ragazzi ? Ridevano divertiti. Tanto i genitori non lo sapevano. Perchè, fino a oggi, nelle aule dove si parla di orientamento non li aveva mai invitati nessuno.
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Categorie: Il lato B

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27 gennaio 2012 - 11:18

JobCoach / Terapia di coppia per imprese: ma chi ha detto che non si sposa il proprio lavoro?

Dvd_undermineE sarebbe meglio di no. Questo è un tipico post da venerdì, direte. Ma il saggio Luigi, a margine, nota  che "spesso il non-detto produce grandi danni e potersi confrontare in campo neutro può davvero rappresentare un’opportunità" Questa è una considerazione che va bene tutti giorni della settimana, nei luoghi di  lavoro, però...
di Luigi Ballerini.- Ma chi ha detto che non si sposa il proprio lavoro? La nuova tendenza , per ora soprattutto anglosassone, di usare terapisti di coppia per risolvere i problemi di business sembra contraddire il vecchio assioma. Lo scopriamo dal Financial Times grazie a un bell’articolo dal titolo inequivocabile: Companies on the couch, aziende sul divano (del terapista, ovviamente…).
Al momento, l’attività di consulenza-terapia viene riservata alle coppie di soci che non vanno più d’accordo e che coi loro litigi mettono a rischio l’impresa. Non più solo affari di cuore quindi negli studi dei terapisti di coppia, ma affari e basta. Siamo oltre il coaching, navighiamo nell’oceano aperto di ciò che vuole essere chiamato a tutti gli effetti terapia e la cui prestazione è limitata a chi può legittimamente fregiarsi del titolo di terapista.
Nel momento in cui i partner di un business – possiamo pensare ai fondatori di un’azienda o ai soci di un’impresa – iniziano a  mostrare frizioni senza saperne riconoscere le reali ragioni, ecco arrivare in azienda il terapista con tutto il suo bagaglio di esperienza e di tecnica. Scopo del suo lavoro è per lo più fare da specchio, non dare ricette pronte per l’uso o soluzioni preconfezionate, ma aiutare le persone a definire insieme gli obiettivi comuni e a scoprire l’impatto dei propri comportamenti sugli altri con cui si condividono responsabilità e successi.
Chissà cosa accadrà da noi, se anche questa tendenza prenderà piede. Coppie in crisi al lavoro effettivamente se ne vedono tante, ma sono un po’ speciali, diverse da quelle che sembrano finire sul divano in UK. Penso qui soprattutto alle coppie padre-figlio delle tante aziende padronali sparse nel nostro paese: una transizione generazionale non sempre facile e liscia, complicata talora da pregiudizi e incomprensioni. Forse non sarà necessario un  terapista, ma comunque un terzo, esterno alla coppia, può certo aiutare; è il beneficio di avere qualcuno con cui confrontarsi, che permetta l’emergere di un conflitto che talora resta sotterraneo, che fa da rumore di fondo disturbando sia le scelte strategiche sia le decisioni del day-by-day compromettendo crescita e sviluppo. Spesso il non-detto produce grandi danni e potersi confrontare in campo neutro può davvero rappresentare un’opportunità. Ci sarà da noi chi la saprà cogliere, senza scetticismi e diffidenze?
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Categorie: JobCoach

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25 gennaio 2012 - 11:40

JobArt/ A proposito di lobby (e di sfigati) ...la vignetta di Pat Carra per JobTalk

Patlobby

...in fondo, essere lobby o essere sfigati è solo un punto di vista. O uno stato d 'animo...

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Categorie: JobArt

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24 gennaio 2012 - 10:00

Il lato B / Contratti che evolvono con l'età: ma la ministra Fornero parlava un po' anche dei bancari?

Fotohome2"Serve un contratto che evolve con l'età piuttosto che contratti nazionali specifici che evolvono per ogni età'".  In effetti suona un po' sibillina la frase, pronunciata ieri da Elsa Fornero illustrando alla parti sociali i punti base della riforma del lavoro che il Governo ha in mente. Si riferiva evidentemente alla teoria del ciclo di vita e della curva retributiva, enunciata dalla stessa ministra del Welfare qualche settimana fa nel pieno del dibattito sulle nuove pensioni. 
Oggi, nell'arco della vita di lavoro i salari vanno crescendo costantemente. Più è alta l'anzianità più è alto lo stipendio e in questo modo un lavoratore maturo (parliamo di over 50 ma la barriera si sta pericolosamente abbassando verso gli over 45 ) costa di più di un giovane alle aziende. Le quali (capita, soprattutto ora con la crisi)  considerano i senior, benchè ricchi di esperienza,  meno produttivi dei 20-30enni dalle competenze fresche e dalle giovanili energie, quindi cercano, se possono,  di tagliarli. Nel migliore dei casi lo fanno con incentivi , nel peggiore con i licenziamenti (anche quelli economici: che esistono in Italia, anche se Alesina e Giavazzi pensano di no).  Però gli interventi del governo in materia previdenziale prevedono che, con il sistema contributivo,  i lavoratori rimangano il più possibile al lavoro, in modo da garantirsi una pensione adeguata. «Dobbiamo correggere questo meccanismo e prevedere la possibilità di impiegare i lavoratori anziani senza espellerli dal ciclo produttivo»,  spiegava a quel punto la ministra. Come? Mettendo mano alla curva retributiva. Il che significa, per esempio, la possibilità di pensare non più  a un sistema di carriera analogico-lineare, ma  a un nuovo modello, chiamiamolo "ipertestuale", dove a età diverse corrispondono mansioni e responsabilità diverse e uno stipendio diverso, per dirla senza troppe perifrasi, ridotto. Anche inferiore rispetto a quello di un giovane, che oggi guadagna meno di un "anziano", entra nel mondo del lavoro tardi, ci mette molto a stabilizzarsi. ha in prospettiva una pensione piccola. 
C'è chi sostiene che Fornero pensi, per gli ultra 55enni  con esperienza (che è preziosa, ma che va dispersa con gli esodi incentivati e gli scaricamenti  più o meno negoziati, lasciando nelle aziende  buchi di competenze e di saperi ) a un affiancamento o shadowing o mentoring di massa, con gli "anziani" esperti messi a  presidiare la formazione e l'addestramento delle nuove leve e il  trasferimento delle conoscenze dell'azienda. Oppure a fare i consulenti interni. Magari scambiando il minor guadagno con maggior tempo libero. 
Il diritto del lavoro norma il diversity  management. Il worklifebalance si fa busta paga  e inquadramento. Per il nostro modo di intendere il lavoro e la curva della vita, non solo quella retributiva, sarebbe un cambiamento epocale,  e così pure per il meccanismo dei contratti come lo conosciamo oggi. Da discutere ce n'è in abbondanza. Di questi tempi, parlando di lavoro niente è facile, nè scontato. La cosa singolare, per esempio, è che basta andare indietro di pochi giorni nelle cronache per imbattersi in un altro passaggio, decisamente innovativo. Questo non solo pensato o teorizzato, ma già scritto, anzi sottoscritto con generale soddisfazione, sperimenta soluzioni di rottura con  il passato per favorire l'occupazione proprio all'interno della tradizionale  delle cornici, cioè un contratto nazionale. 
Il nuovo contratto dei bancari, categoria non solo numerosa (sono 340mila) ma  simbolica per il modo in cui in Italia si pensa al lavoro,  è già a suo modo, per dirla con la ministra,  "specifico secondo le età": in questo caso lo è riguardo ai giovani. E' già avviato sulla filosofia del contratto prevalente verso cui il Governo è orientato: assunzioni a tempo indeterminato senza purgatori atipici e con oneri fiscali agevolati per la banca che assume, periodo di apprendistato con stipendio temporaneamente ridotto del 18% per quattro anni, dopodichè scattano i livelli tabellari della categoria. L'accordo prevede anche la creazione di un fondo per l’ occupazione, a cui contribuiranno con il 4% del proprio stipendio gli alti dirigenti. Questa sorta di solidarietà generazionale,  una volta a regime, permetterà l’assunzione di circa 16.500 giovani nei prossimi 3 anni, con l’obiettivo di creare in cinque anni fino a 25 mila "posti in banca".  Distratti dall'aggettivazione sull'articolo 18 (totemico, disponibile..) si è un po' sottovalutato il portato di novità di questo accordo, che non sta solo nel numero degli ingressi, considerevoli peraltro in un momento così avaro di ottimismo, o nell'orario di sportello non stop fino a notte, ma nel modo in cui modula l'ingresso dei nuovi bancari e va a ripopolare di ventenni il mondo Officine formativedel credito.  
Le prossime tre-quattro settimane - il governo ha fissato tempi stretti - saranno dense, piene di proposte pochissimo scontate, pochissimo lineari. Abituiamoci alla complessità: c'è da scommettere che anche i lavori in corso nel cantiere della riforma avranno un andamento ipertestuale, proprio come la curva retributiva.
 A proposito di giovani e lavoro in banca: su Job24.it è online la storia di un esperimento interessante e abbastanza shocking come impatto visivo, lo sta conducendo il Gruppo Intesa con i progetti SuperFlash e Officine formative, ce la racconta Andrea Curiat.
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23 gennaio 2012 - 11:32

JobArt / Articolo 18: la vignetta di Pedrazzini per JobTalk

Pedra18

Ormai l'articolo 18 entra in tutte le negoziazioni? Ma gli alimenti sì che sono un totem... 

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20 gennaio 2012 - 12:23

Dirty Job / Star bene in ufficio: occhio ai colori. E che il nostro posto di lavoro (ci) parli di noi

Postit.. una foto, di qualcuno che amiamo o di una bella vacanza, non serve perchè la vedano i colleghi. Serve a ricordarci che esiste la vita, scrive il saggio Ballerini nel suo post sulla psicologia ambientale ispirato dalla Harvard Business Review che questa settimana incrocia ancora una volta i temi di JobTalk. Di salute e felicità al lavoro parliamo anche su Job24.it con il test  U come ulcera: Rischi di ammalarti di stress? In ufficio, più sorrisi, meno gossip e con il secondo video della serie del life coach Roberto D'Incau  Cambiare vita, cambiare lavoro 2 - Farsi l'autoanalisi
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 di Luigi Ballerini.- Via il rosso dai nostri uffici. Lo dice la psicologia ambientale, quella scienza che studia come le persone vivono nell’ambiente, e soprattutto gli effetti che quest’ultimo esercita su di loro. Sally Augustin, esperta della materia, nel suo blog su Harward Business Review 
si occupa in particolare di come l’ambiente lavorativo riesca ad influenzare il nostro stato psicofisico. Con lei scopriamo quali accorgimenti sono necessari per migliorare il nostro benessere. Alcuni risultano molto semplici da realizzare e richiedono solo qualche piccolo aggiustamento nelle nostre abitudini.
Ad esempio, proprio evitare il rosso intorno a noi. Secondo gli studi condotti all’Università di Rochester dal Prof. Andrew Elliott nel dipartimento di Psicologia e Scienze Sociali
l’uso del colore rosso andrebbe bandito dagli ambienti in cui si devono ottenere prestazioni e performance: esso si associa infatti al pericolo di fallimento. Viene addirittura ipotizzato che l’uso della penna rossa dei nostri insegnanti per indicare gli errori più gravi a scuola sia stato in grado di stabilire in noi un nesso permanente nell’associare l’idea di fallimento al colore stesso. Quindi via anche la graffettatrice dalla scrivania, se rossa.
Le piante, possibilmente con le foglie arrotondate e non a punta, sembrano invece farci star bene, in particolare sono capaci di far aumentare la nostra capacità di attenzione e concentrazione.
Anche la disposizione del mobilio conta: è importante soprattutto non dare le spalle a una zona di passaggio, per non sentirci vulnerabili. Ma a questo potevamo forse arrivarci anche da soli.
Un suggerimento particolarmente efficace è che il posto di lavoro parli di noi. Lo si può ottenere facilmente con qualcosa che riteniamo davvero nostro. Per personalizzarlo basta davvero poco, una piccola foto ad esempio può avere un valore grandissimo; sa raccontare agli altri chi siamo, cosa ci piace e ci interessa. Ma non solo, aggiungiamo noi. La foto, più che ai colleghi, in realtà serve a noi. Serve a ricordarci che esiste la vita.

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19 gennaio 2012 - 8:30

Il lato B / Il lavoro dei sogni e il lavoro che c'è. E' finito il tempo delle passioni?

Lo aveva detto Roberto Saviano a Zuccotti Park. Rivolgendosi ai ragazzi del movimento Occupy Wall Street  lo scorso novembre, li avvertiva : "Ora che non esistono più strade sicure, è tempo di scegliere quel che si vuol fare davvero".  Ma parlando di lavoro, non è detto che il futuro libero dalle certezze corrisponda al percorso che ci indicano le affinità e le passioni. Non più. Dimenticatevele, anzi, se volete trovare la felicità. Quella, almeno,  che può dare un posto o un mestiere soddisfacente.  "To find happiness forget about passion" è il titolo di post apparso su un blog  della Harvard Business Review  . Diretto e scioccante? Abbastanza. 
L'autore è Oliver Segovia, che ha anche scritto un saggio sull'argomento e fa l'imprenditore tra le Filippine e Singapore. I punti di vista più intriganti e meno banali ormai è facile che vengano dalle zone giovani del mondo, dove è ovvio - qui da noi accade raramente-  che ci si rivolga prima di tutto ai ventenni, come fa appunto questo post. Ai  giovani millennials Segovia dice: il mondo è cambiato. Per scegliere un lavoro i desideri e la ricerca di affermazione personale  nelle cose che piacciono non sono più una buona guida. E non portano da nessuna parte, se non a un probabile insuccesso. Oggi conviene concentrarsi piuttosto  sui problemi aperti, perchè è li che si trovano le opportunità maggiori e anche le gratificazioni professionali. Quindi non focalizzatevi su voi stessi,  allargate lo sguardo al mondo fuori e pensate che contributo potete dare.

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18 gennaio 2012 - 19:57

Domani a Unomattina si parla di lavoro, di giovani, di donne e di imprese

Domani mattina (giovedì 19) sono in Rai a UnoMattina. Dalle 10 alle 11 si parla di lavoro che non c'e', di formazione, di giovani edi donne che si mettono in proprio raccontando le storie vere. Stay tuned!

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18 gennaio 2012 - 10:50

JobArt / Queste agenzie di rating! La vignetta di Pedrazzini per JobTalk

Pedrarating 

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17 gennaio 2012 - 14:12

Il lato B / "Vada a bordo, c....!". Siamo solo chiacchiere e distintivo?

Fino a ieri pensavo che il peggior esempio di leadership italica documentata "live", cogliendo l'attimo con l'occhio elettronico di un telefonino implacabile, fosse il video del manager napoleonico di Telecom. Ve lo ricordate, alla convention? Non lo è. Purtroppo, ed è quanto mai il caso di dirlo viste le conseguenze sulle vite di tante persone (quante ancora non si sa, tra l'altro: le liste, dei passaeggeri e dei dipendenti, traballano...).  Da oggi c'è l'audio della incredibile telefonata tra la capitaneria di porto toscana e il comandante della Costa Concordia Schettino, che risponde balbettante e a tentoni, improvvisando fatti, immagini e persino numeri dal suo posto di comando: quello virtuale, a terra, lontano dalla nave, al sicuro e all'asciutto, e solo,  come il manovratore di un videogioco. 
Senza fare il processo sommario allo sciagurato - in tutti i sensi - capitano. Ma qui su JobTalk, dove si parla di lavoro, di competenze e si ragiona particolarmente volentieri anche di merito, è opportuno che ci chiediamo, e chiediamo: chi l'ha selezionato questo signore? Chi l'ha promosso ufficiale? E chi gli ha fatto fare carriera, fino ad affidargli una nave che trasportava oltre quattromila persone ? Quelle che, se in maggioranza sono arrivate  a terra salve, lo devono alla responsabilità degli altri ufficiali "ammutinati" e dell'equipaggio, come twittava ieri Stefano Menichini e oggi E , il mensile online di Emergency.
Nel giorno del  #vadaabordocazzo, per citare l'hashtag più popolare oggi su Twitter, persino chi fa il lavoro per cui è stato assunto, così come va fatto e senza dire "questo non mi compete"quando c'è un imprevisto, si ritrova, e spesso di malavoglia, come capita al comandante di Livorno De Falco o al commissario di bordo Giampedroni, a fare la parte dell'eroe.
Siamo un Paese "solo chiacchiere e distintivo" come diceva De Niro ? No, non e' cosi. I veri leader nelle aziende, nei luoghi dove si lavora, si progetta, si pensa, si studia, si cura  lo sappiamo che ci sono. Incagliati. Tenuti ben distanti dalla sala di comando.  Anche nelle aziende, a volte, mancano le liste con i nomi, perchè  nessuno ritiene importante farle.  
Dimenticavo: non molti lo sanno, però, passato qualche tempo, l'eroe telefonico di Waterloo è stato pure promosso. Scoraggiante? Sicuro. Ma come diceva sempre la scena madre degli "Intoccabili ": non bisogna smettere di combattere se l'incontro non è finito.

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16 gennaio 2012 - 16:22

RealityJob/ Aziende 2012: manager tecnici o leader politici? Su Job24.it è online l'audiopost nuovo di Bertolino

Bertolino-aziende-2012-312-199 ...E' finito il tempo dei leader eroici ma poco concreti, accattivanti e preparati ma poco decisionisti, soprattutto se le decisioni da prendere li avrebbero resi impopolari davanti ai collaboratori ... ?...
Oppure semplicemente in questo momento specifico servono dei manager tecnici, ovvero capaci e competenti, ma soprattutto non attratti dal potere e dalle sue tentazioni, per cui meno influenzabili emotivamente e più determinati nell'operatività quotidiana?.... Se lo chiede  Enrico Bertolino, con l'ultimo audiopost online su Job24.it, per la serie Reality Job. Secondo me parla di azienda per riferirsi anche ad altro, ma è una impressione puramente personale. Fate voi.  
Il primo post del 2012 è pensato, scritto e letto solo per noi, come d'abitudine.  Enrico-bertolino-glob-spread-638x425Solo per noi.  Su Glob Spread, il nuovo programma di Enrico che va in onda dopo le 11 su Raitre (gran successo di ascolti per le prime due puntate  di martedì e mercoledì scorsi, pare),  il testo che sentite  e leggete qui, sul canale lavoro de Il Sole 24 Ore, non c'è...Lì invece c'è una imitazione di Passera, ministro di "voi italiani", che è davvero irresistibile.
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13 gennaio 2012 - 18:15

Il lato B / Sì ricollocare: i lavoratori in mobilità, ma anche riposizionare se stesse. Si parla delle agenzie per il lavoro

Dice Assolavoro, l' associazione nazionale di categoria delle agenzie per il lavoro (o ApL) che rappresenta gli operatori che producono i 90% del fatturato italiano, che, nel 2011, 46.637 lavoratori provenienti dalle liste di mobilità sono stati ricollocati dalle ApL  con lo strumento della somministrazione (l'antico interinale) , contro i 26.531 reimpiegati nel 2010. Cioè il  76% in più. Altro dato significativo: l'incremento maggiore riguarda i lavoratori con più di 44 anni di età, quelli più difficili da far rientrare in azienda: in un anno,  i reinserimenti andati a buon fine sono passati da 6.241 a 17.275 .
In totale fanno oltre  73mila lavoratori in mobilità ricollocati, esito di una sperimentazione avviata grazie a un provvedimento inserito nella Finanziaria del 2010, che ha semplificato l’impiego della somministrazione per il ricollocamento degli espulsi dai cicli produttivi causa crisi eliminando la clausola della causalità.  Oggi, infatti, l'utilizzo del lavoro in somministrazione temporaneo è consentito solo se esistono condizioni precise fissate  dalla legge  o dai contratti collettivi per quello continuativo, in staff leasing. Dei numeri così soddisfacenti dell'operazione mobilità quindi le Agenzie  si fanno forti per  chiedere l' eliminazione totale, in tutti i casi,  dell'obbligo per le aziende di indicare la causa che giustifica il ricorso  al lavoro in somministrazione.
In questi tempi di cambiamento, non sono pochi i soggetti del mercato del lavoro in cerca di ruolo. A cominciare dagli attori principali (il sindacato), per arrivare a quegli interpreti che da sempre sono confinati nelle parti secondarie, come i centri per l'impiego (ma d'ora in avanti chissà, potrebbero trovarsi sbalzati alla ribalta, e senza avere troppo tempo per le prove).  
Tra gli attori molto preoccupati dalle conseguenze, per ora ignote salvo spigolature di indiscrezioni , della riforma che il Governo- regista ha in mente, ci sono senz'altro le agenzie per il lavoro.

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Categorie: Busta paga & Bonus e Benefit, Il lato B

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