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JobLibrary – “Volevo fare l’astronauta”: un libro spiega come la vocazione lavorativa non é cosa per tutti (ma chiunque é un portatore potenziale..)

astronauta ” Se vi proponete deliberatamente di essere meno di quanto siete capaci di essere, allora vi avverto che sarete infelici per il resto della vostra vita”. 
Che cos’è la vocazione lavorativa? Per il buon vecchio Abrahm Maslow, noto per la piramide dei bisogni , è una questione di felicità-barra-infelicità. Per Gian Maria Bianchi e Virginio Schiavetti, autori del libro Volevo fare l’astronauta – Guida alla ricerca della vocazione lavorativa (e non)” pp. 176, € 22,00, da poco uscito con Franco Angeli, la vocazione è innazitutto “il richiamo del cuore”. Ma attenzione,  non ce la sbrighiamo così facilmente: é un richiamo, la vocazione, ma non è necessariamente un urlo:  può anche manifestarsi sotto forma di voce sommessa o  in modalità creeping, strisciante. Si può affacciare in momenti diversi della vita, non solo in

necchi
giventù: non c’è un tempo anagrafico massimo , dicono gli autori. Che avvertono anche che i due ingredienti indispensabili del mix vocazionale sono passione e attitudine, altrimenti non camminiamo più con i piedi per terra, ma nel mondo della fantasia (o fantasticheria). E c’è anche un modo per riconoscere la vocazione dall’infatuazione: quella vera, ci spiegano nella prima parte del volumetto, porta all’azione.  E’ sempre seguita, cioè,  “da azioni  dirette a promuoverla”. Un po’ come scriveva Paulo Coelho nell’Alchimista : tutto il mondo congiura perchè i sogni si realizzano, a condizone però che il sognatore sia capace di vedere i segnali disseminati in giro, e non sia distratto da altro. O troppo innamorato di  se stesso e della sua visione. Avere una vocazione é una fortuna; infatti non è da tutti  sapere subito  con chiarezza a che cosa aspirare ( o avere almeno  la percezione dei segnali, coelhescamente parlando): pensiamo ai 2 milioni e 50mila ragazzi Neet italiani censiti dall’Istat ieri..) ). Eppure, chiunque può essere un portatore di vocazione lavorativa.  In una vecchia intervista con Richard Sennet, il sociologo statunitense del lavoro mi spiegò come “L’idea che pochi eletti siano dotati di eccellenza e che vadano ricercati e coltivati esclude la maggior parte delle persone che lavorano e questo è un terribile spreco di risorse umane”. Lo spreco delle vocazioni, però, é un’abitudine, uno stile di vita non virtuoso sia per gli individui “portatori” –  Domenico De Masi una volta ha calcolato che, nella  vita, ci aspettano ben 30mila ore di lavoro, che questo ci piaccia o no… – sia per le organizzazioni, ed è addirittura dannoso. Lo diceva la parabola dei talenti , che gli autori riportano:  chi non impiega i talenti che ha avuto in dotazione sarà infelice e si ammalerà, narra il racconto evangelico, che parla di ” pianto e stridor di denti”. Curiosa la corrispondenza con la  depressione e le malattie stress-correlate che il moderno Testo Unico sulla sicurezza  collegano come rischio al malessere psicologico sul lavoro.
Infine, la vocazione non ha necessariamente come traguardo il successo, lo status sociale o il benessere economico ma viene soddisfatta con lo stesso fare: altro passo scivoloso, questo. Quanto il sentirsi ripagati dal piacere e dal privilegio percepito del guadagnarsi da vivere facendo proprio quel che si ama possa essere ambivalente e vessatorio per chi lavora lo sanno bene  (e a proprie spese, é il caso di dirlo) oggi, per esempio, i tanti giovani e non  impegnati nelle professioni cosiddette “creative” che fanno fatica a farsi riconoscere un compenso…
Gli ostacoli alla vocazione? La paura del cambiamento, di perdere l’identità, di apparire diversi dal resto del mondo , quella parte maggioritaria che fa di necessità virtù. In effetti, viene da domandarsi se parlare di vocazione lavorativa, in questi tempi di crisi, non sia un lusso .  O se, al contrario,  questo ,così incerto e avaro, non sia proprio il momento giusto per ascoltare il “richiamo del cuore” e cambiare in corsa assecondando le attitudini e i desideri  – magari anche per il meglio, accontentandosi diu avere meno in regime di downshifting , ovvero “scalando la marcia” – come consigliava Roberto Saviano nel suo discorso a Zuccotti Park ai ragazzi di Occupy Wall Street : “Ora che non esistono più strade sicure, è tempo di scegliere quel che si vuol fare davvero”? . In effetti, è un dato di fatto che di vocazione  non se ne è mai sentito parlare tanto come ora, e dappertutto….
…Di tutte queste cose e di molte altre – per esempio la passione dell’imprenditore e dei nuovi “makers”, dell’influenza positiva o negativa della famiglia sul disvelarsi ed esprimersi delle vocazioni dei figli, delle politiche delle aziende illuminate per valorizzarle anche con interventi piccoli e non monetizzati…- abbiamo discusso ieri alla presentazione con gli autori ( e i commenti dell’ Hr manager di Banca Farmafactoring Angela Mottin e del giovane Filippo Barberis, consigliere comunale con delega al Lavoro e all’Università)  a Villa Necchi Campiglio di Milano