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JobPillole / I can’t get no job satisfaction…e tu raccomanderesti il tuo capo a un amico?

Job-satisfaction-concept
Quest'anno il tema del Kelly Global Workforce Index é la "Job satisfaction". In italiano la traduzione suona meno rollingstoniana, ma é altrettanto evergreen (ovvero senza tempo): é lo star bene al lavoro. Termometro puntuale della vita in azienda di 31 Paesi, l'indice Kelly del 2013 ci dice che, per  il 60% dei 120mila interpellati, la soddisfazione lavorativa dipende soprattutto dal capo che si ha. Che un dipendente che lascia la sua azienda per un'altra in realtà lascia un boss sgradito e che, tra chi invece resta, solo una minoranza non lusinghiera (per i capi: é il 24%..) se la sentirebbe di raccomandare il proprio superiore gerarchico diretto a un amico o a un collega di un'altro reparto senza rischiare di inimicarselo.
In Italia, dove é abbastanza normale ormai sentire lamentarsi  della cattiva qualità dell'ambiente e dei rapporti di lavoro, i dati di Kelly danno dignità statistica a questa sensazione  generalizzata. Se infatti, da una parte, la relazione con il capo da noi influisce un po'  meno che altrove sulla "satisfaction" professionale (56%,  e nel 4% di differenza mettiamoci dentro tutto il resto: l'incertezza, gli stipendi congelati in basso, la scarsa innovatività, le i buchi strutturali e i "bachi"organizzativi che rendono arduo il mestiere quotidiano di lavorare…) apprendiamo che coloro che augurerebbero a un amico un capo come il loro arrivano appena al 12% degli intervistati italiani .  Che il 51% desidererebbe che il proprio superiore gli offrisse più frequenti opportunità di fomazione. Che il 47% vorrebbe maggior chiarezza sulle mansioni da svolgere e il 21%, invece,  aspira a una maggiore autonomia. E che il 21% dei dipendenti non ritiene che il suo lavoro sia abbastanza riconosciuto e valorizzato.
Lazzizzera-312

Dov'é allora il  problema? Nelle nuove videopillole aziendali  online su Job24.it, la nostra counsellor Anna Lazzizzera individua ilpunto critico nella mancanza di "intimità organizzativa". Intimità é una parola apparentemente fuori contesto, "offtopic" nei rapporti di lavoro, quindi é temuta, perchè crea un certo imbarazzo (come pure la rabbia in azienda, tema a cui era dedicata la serie precedente). In realtà, ci spiega Anna con il suo tono pacato, ingabbiati come siamo nell'uso del linguaggio aziendalese-commerciale che si é svuotato di valore fino a diventare neutro e quindi incapace di trasmettere qualsiasi senso, abbiamo perso l' abilità di creare relazioni. Qui emerge il paradosso. Mentre i leader hanno bisogno – oggi più che mai – di costruire squadre affidabili su cui contare, e per farlo devono conoscere davvero le persone con cui condividono gli obiettivi (nonchè tanto tempo al lavoro),  i dipendenti nelle organizzazioni non si fidano più. Dei capi, degli obiettivi, delle organizzazioni stesse. Non si sentono riconosciuti oltre i risultati ( e a volte nemmeno per quelli) e non si sentono parte di un disegno comune.
Ricostruire una sorta di "intimità"  (verticale, topdown,  ma anche quella orizzontale, tra colleghi, é importante) é il primo passo  per "bonificare" l'ambiente e ritrovare la strada verso la job satisfaction (I can get..).
L'intimità organizzativa: che cos'è e a cosa serve 
Pillole di counselling (2) – L'intimità organizzativa: le fasi per costruirla – Anna Lazzizzera, counsellor organizzativa 

 .. e la serie continua!