Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

JobFiction / Re-nato pastore, l’ultimo: il lavoro più bello del mondo é quello che ami. Ma non é detto che duri

 

Milano_piazza_duomo_pecore
Qual é il lavoro più bello del mondo? E' quello che ami e che hai scelto. Per Renato,  Re- nato pastore nomade con gregge itinerante secondo le stagioni  tra le Prealpi bergamasche e la periferia di Milano, il lavoro più desiderabile é il suo. Quanti di noi potrebbero, in tutta sincerità, dire la stessa cosa? Ieri sera sono andata al cinema Mexico a vedere "L'ultimo pastore", il film di Marco Bonfanti,  giovane regista documentarista, quello che ha girato con 700 pecore in Piazza del Duomo e per questo l'estate scorsa é finito in tutti i telegiornali. 
Il colpo d'occhio degli ovini che si muovono come un'onda ipnotica  con lo sfondo delle guglie, in effetti, é impagabile. Ma lo é ancora di più – ed é proprio questo il senso che non mi aspettavo di trovare – il racconto di una esperienza umana contemporanea in cui vita e mestiere sono una cosa sola. Ma che mostra, allo stesso stempo, tutte le contraddizioni del lavoro che cambia, per diventare che cosa non si sa ancora. 
Sul suo cammino verso Milano centro, dove Renato Zucchelli deve concludere la missione che si é dato, ovvero  far incontrare gli scolari di una scuola urbana con il gregge che a malapena sanno che cos'è, il pastore metropolitano racconta, passo dopo passo, il suo sogno di bambino trasformato con pacata cocciutaggine  in realtà. Perchè nel 2013 la felicità di lavorare realizzato può anche non essere far carriera in Google, ma stare, se davvero ti piace, con le pecore e il cane che non ti tradiscono come gli umani, all'aria aperta, dove le giornate non sono mai una uguale all'altra. Mica come in fabbrica o in ufficio, dice lui. Poi la sera, in baita, a coltivare persino il gaì, la lingua arcaica e segreta dei pastori, nota  a non più di dieci individui al mondo (pare) e conservata registrata  su un magnetofono a nastro anteguerra. 
Poesia bucolico-nostalgica? Retorica facile animalista-green ? Tutt'altro:  il lavoro di pastore in effetti rende bene perché Renato vende pecore ai kebab house e alle macellerie halal dove la carne ovina é molto richiesta. Mantiene in una bella casa accogliente ai confini della metropoli una famiglia numerosa di quattro figli, spalleggiato da una moglie concreta e comprensiva che amministra il lato business della pastorizia, giostrando tra ordinazioni,  carte e permessi con piglio manageriale. Forse il secondo dei ragazzi, che a scuola é pluriripetente ma a sedici anni sa già quello che vuole, cioè  lavorare con gli animali, felpa e jeans semicalati come tutti i coetanei prenderà come un testimone il bastone del pastore e terrà vivo il gregge e magari anche il gaì.  Eppure. Eppure  non é certo quanto – e se – tutto questo durerà: l'urbanizzazione anno dopo anno si mangia prati e sentieri intorno alla città, i passaggi su cui transumare il gregge si chiudono, diventano strade di cemento, uffici di vetro open space e aeroporti, il consumo vorace di suolo costringe pecore e pecoraio a fare giri sempre più tortuosi per vivere.  L' Expo 2015 non si nomina ma aleggia,  gli automobilisti imobilizzati in coda sulla superstrada dalla fiumana belante si imbestialiscono e si fanno lupi. Forse la crisi fermerà, se  non le polveri sottili  e il rumore, l'avanzata impetuosa dei kebab. Sulla narrazione limpida di Renato scende un'ombra,  la tristezza che noi lavoratori moderni ingrigiti indoor conosciamo bene si affaccia. Nemmeno il mestiere di pastore é a tempo indeterminato, in prospettiva, e non garantisce  il passaggio generazionale.  Non aspettiamoci soluzioni in salsa decrescita  felice&greenjobs e nemmeno il lieto fine, da questo piccolo film. Dobbiamo accontentarci della  magia surreale del sagrato del Duomo assediato da pecore e agnelli e cani, rincorsi dai bambini cittadini che non credono ai loro occhi, rincorsi da Renato, rincorso dalla cinepresa di Marco Bonfanti e dalle telecamere dei Tg.