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Diari/ Dal Meeting di Rimini: per i giovani “senza futuro” c’è solo un Piano piccolo piccolo?

Condivivido il pensiero di Maurizio Ferrera che l'altro giorno esprimeva nel suo articolo per il Corriere della Sera l'imbarazzo, per noi che scriviamo di lavoro,  di parlare ancora una volta di "generazione perduta", o sprecata, o senza futuro,  e di farlo in mancanza di una soluzione in prospettiva. Di una idea, ma che sia forte, che affronti in modo energico una questione smisurata e potenzialmente devastante per chi la vive e per tutto il Paese come quella giovanile. Oggi la ministra Elsa Fornero annuncia un Piano Giovani che il Governo sta definendo. Ma si affretta a precisare subito che non conterrà «misure eclatanti»:  piuttosto, cito Fornero,  «mirate, territoriali, minute,misure microeconomiche»  in risposta a una «macroscopica di assenza di lungimiranza», cito sempre, quale é stata  «la costituzione di un grande debito sulle spalle» le loro,  quelle dei giovani. Se nemmeno l'Esecutivo pensa in grande quando pensa ai venti-trentenni, che cosa dovrebbero pensare loro? Suona come una risposta, allora, la chiamata dei giovani di Cl , raccolta da Luigi Ballerini nel post che segue, a non farsi troppe illusioni sugli interventi in vista,  ed" essere precari senza sentirsi precari", certi della propria identità personale, prima che professionale e ancora "accettare il passaggio dal posto di lavoro al "percorso lavorativo".  Giusto. Anche se mi sento di obiettare che il percorso fatto navigando a vista senza coordinate, carte o segnaletica o una pur minima idea di tempi e tappe non è adatto  a tutti, è roba da viaggiatori avventurosi e solitari o da sognatori, che sono (da sempre) pochi. E gli altri? Loro, gli avventurosi,  però, possono essere i "maestri" di cui parla Luigi : credibili perchè parlano lo stesso linguaggio e quindi abilitati a dispensare consigli e orientamento ai coetanei  comprensibilmente spersi e disorientati. E' il caso, per esempio,  di  Giuliomario Limongelli,  importatore di Groupon in Italia. Questa mattina ho trovato nei social network il suo articolo  “Giovani, fate fuggire il vostro cervello all’estero e tornate in Italia per fare gli AD”.  e mi ha colpito. Sgocciola esperienza vissuta, è critico e lucido, manca di qualsiasi appiattimento o adeguamento al ribasso e indica non una fuga ma un esempio di percorso. Modulabile. E con andata e ritorno.
di Luigi Ballerini.- Il Meeting è le sue mostre, che però quasi nessuno racconta. Gli incontri, di cui tutti scrivono, sono spesso mordi e fuggi, i relatori si susseguono rapidamente e alla fine rischiano di restare solo i virgolettati dei potenti. Le mostre no, si possono guardare bene i pannelli e i video, tornare indietro e ripensarci. Quest'anno sorprende il visitatore la vista di una lunghissima coda davanti all'ingresso di una di queste. Da giorni chi si mette in fila paziente è disposto ad attendere anche un'ora prima di entrarci.
L'imprevedibile istante è il titolo che sovrasta un pannello con una città all'orizzonte.
"Hai visto la mostra sui giovani?" è il refrain che si sente più spesso nelle conversazioni fra amici nei corridoi e il passaparola alimenta la coda e le aspettative. Giovani per la crescita è infatti il sottotitolo.
Giovanissime di sicuro sono le guide, studenti universitari e neolaureati, che accompagnano il visitatore in un percorso che partendo dall'analisi della situazione della crisi del lavoro per i giovani si propone, fin dall'inizio, di richiamare alla responsabilità personale. Niente è trascurato: si va dal periodo dello studio, scuola superiore ed università, fino all'avvio dell'attività professionale, con le sue difficoltà. Per ogni tappa sono invocate riforme, si trovano proposte che la politica magari vorrà e saprà raccogliere, ma fa impressione soprattutto ascoltare dalla voce dei ragazzi l'invito a essere realisti attraverso una vera rivoluzione del modo di pensare il lavoro da parte di ciascuno: in primis accettare il passaggio dal "posto di lavoro" al "percorso lavorativo" rimettendosi continuamente in gioco. L'appello più accorato dei giovani ai loro coetanei è ad "essere precari senza sentirsi precari", certi della propria identità personale, prima che professionale. Stupisce soprattutto un'affermazione che si legge in uno dei pannelli conclusivi: "meglio un lavoro qualunque che nessun lavoro: il lavoro in sé ha una dignità e tutti i lavori permettono di imparare qualcosa. È importante continuare a cercare maestri da cui imparare".   
Non significa appiattirsi o accontentarsi al ribasso, è piuttosto la proposta di un nuovo ordine di pensiero per cui ci si mette in movimento da subito senza aspettare che gli altri, sempre gli altri, soprattutto lo Stato, ci pensi. Disposti a rinunciare a schemi fissi del passato o preconcetti.
È solo la persona che può attraversare la crisi, senza subirla.