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Diari / Dal Meeting di Rimini: Shodo Habukawa, un “omino da lontano” ci insegna che per chi cerca niente é insignificante e niente é perduto

Hobukawa
Piaccia o meno il Meeting di Cl a Rimini  éal centro degli avvenimenti di questi giorni, finanza e caldo d'agosto (!) a parte. Tutti parlano da lì, e il saggio Luigi, che puntualmente ci va e scrive il diario, mi ha sorpreso non poco, ieri, annunciandomi l'intenzione di non parlare, quest'anno, "degli incontri dove vanno tutti". Mah.  Che fosse un proposito vagamente permeato di distacco Zen  l' ho capito dopo, leggendo il post che segue…Che cosa c'entra il monaco buddhista con il lavoro, con le sfide dell'autunno più difficile ( se parlano i sindacati; un po' più facile, se invece parla  il Governo)? C'entra, c'entra: nell'incertezza tutto serve a chi cerca (un posto, risorse, idee nuove). E poi le culture "altre", con i loro suggerimenti,  sono di casa su JobTalk…
di Luigi Ballerini-. Imprevedibile, come sempre, ciò che accade al Meeting. Sembra che tutto si giochi sotto i riflettori: ecco allora la crisi economica e i problemi del lavoro assieme ai tentativi di soluzione pensati dalla politica e dalla società. I quotidiani si affannano a riportare le parole dei ministri che si succedono sui palchi, le agenzie battono dichiarazioni piene di formule per uscire dalle difficoltà. E poi all'improvviso arriva lui, un omino apparentemente insignificante, che non si noterebbe neanche se non fosse vestito con quegli abiti strani e se non avesse quel modo così intenso di guardare chi lo accompagna e soprattutto chi lo aspetta da tempo per sentirlo parlare. E' Shōdō Habukawa, Abate del Muryoko- in Temple del Monte Koya, autorità del Buddhismo Shingon. E' di nuovo a Rimini, in nome dell'amicizia nata venticinque anni fa con Don Giussani, per testimoniare ciò che mette a fattor comune l'uomo, a qualsiasi latitudine: saper trovare in ogni punto del reale la presenza dell'infinito, nel susseguirsi delle stagioni come negli eventi che colpiscono gli uomini. Niente ci è estraneo. Non a caso il tema di quest'anno è proprio questo: la natura dell'uomo è rapporto con l'infinito.
E di fronte a una platea attenta alle sue parole straniere, ma mai estranee anzi vicinissime al cuore di ciascuno, con lo sguardo amplificato anche dagli occhialoni che indossa, ci sorprende tutti con la storia di una suora di nome Jyunkyo-Ohishi.


 
Ballerina fin dall'età di 12 anni, perse entrambe le braccia a 17 anni per un momento di follia del padre adottivo. Per sopravvivere iniziò a cantare guadagnando crescente popolarità. Un giorno, durante una tournée, vide una madre canarino nutrire la nidiata col becco. Questo fatto la scosse e la ispirò nel trovare finalmente la sua strada: dipingere usando il pennello con la bocca. Divenne così un'artista di grande fama in Giappone e diede successivamente vita ad una serie di opere di assistenza per i disabili.
Ci voleva un omino da lontano e una giovane a noi ignota per suggerirci la strada per uscire dalle difficoltà: riguadagnare uno sguardo capace di cogliere nel reale gli spunti che già ci sono; perché niente è insignificante per chi cerca, perché nessuna condizione sfavorevole può impedire una ripresa, una rinascita personale. Dal basso, con le risorse che restano e per il bene di tutti.
Ne saremo capaci anche noi, occidentali del ventunesimo secolo?