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Diari /Diario Olimpico: a Londra “Work hard, play hard” è il motto di chi lavora nel backstage dei Giochi

 

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Voi direte: ma non siamo nell'era del cambiamento? E avete ragione. Ma le consuetudini, quelle belle, quelle che ci piacciono, vanno mantenute (se appena si può perchè meritano). Per JobTalk, una di queste è il "dietro le quinte lavorativo" dei Giochi. Ovvero il diario olimpico, che torna dopo Pechino 2008 Vancover 2010, anche da Londra. Questo è il primo post.

di Luigi Piccheri.-Siamo in tanti, alcune decine di migliaia. Siamo di ogni paese, colore e lingua. Siamo britannici, in gran parte, ma anche europei,

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asiatici, australiani, nord e sudamericani. Ci chiamiamo per nome, ovviamente, ma più spesso, fino a quando non ci conosciamo bene, facciamo riferimento al nome del nostro ruolo. Cioè a un acronimo, totalmente incomprensibile per chiunque non faccia parte di questo ambiente: VOC, VGM, VMA, TTL, VPM e così via.
Siamo i lavoratori delle Olimpiadi di Londra 2012 e, dopo agli atleti, siamo noi i protagonisti dell’evento. Perché siamo stati impiegati – chi per anni, chi solo per le ultime settimane cruciali – nel creare e far funzionare l’ingranaggio tecnico e umano che renderà possibili i Giochi. In una edizione, quella londinese, che ad ogni singolo meeting, training e briefing i nostri capi britannici ci ripetono sarà «la migliore di sempre».
Se lo dicono loro.
Noi ci proviamo a fare del nostro meglio, perché, salvo poche eccezioni, siamo entusiasti, motivati e decisamente preparati. Siamo quanto di più diverso di possa trovare: neolaureati e semi pensionati, esperti di PR e tecnici audio, traduttori e giornalisti, manager ed ex atleti. Ma, se siamo stati selezionati bene, abbiamo almeno un paio di caratteristiche in comune: siamo efficienti anche sotto stress e sappiamo mantenere il buon umore anche dopo 17 ore consecutive di lavoro.
Del resto “work hard, play hard” è uno dei motti di chi lavora ai Giochi, e noi lo prendiamo molto sul serio. Le Olimpiadi sono uno sforzo fisico anche per noi, non solo per gli atleti. Perché lavoriamo ben oltre le 8 ore quotidiane, e perché dopo il lavoro non possiamo andare a dormire. Sappiamo che bisogna girare, esplorare, socializzare. Vivere la città, che o la vivi intensamente in quelle due settimane o non la vedrai mai più così.
Rispetto a uno o due mesi fa, la tensione è già salita, ma il picco sarà la sera della cerimonia di inaugurazione. Da lì, per noi sarà una corsa a perdifiato fino alla cerimonia di chiusura. I giorni rotoleranno via tra problemi tecnici da risolvere e urgenze dell’ultimo minuto, deadline da rispettare e atleti da accudire, emozioni sportive da vivere in diretta a bordo campo e telefonate notturne ai colleghi con cui non si è riuscito a parlare il resto del giorno.
Qualcuno ci chiama “Games junkie”, fanatici dei Giochi. Ogni volta diciamo che sarà l’ultima, perché lo sforzo è davvero tanto e anno dopo anno lo senti di più. Ma poi finisce sempre che ci lasciamo tentare dalla nuova tappa. Sarà perché, come dicevo ieri con Steve, canadese sulla cinquantina, è difficile trovare un altro ambiente così entusiasmante e soddisfacente, così allegro e così challenging.
E così, anche se vuol dire rinunciare alle ferie o a lavori più stabili, raramente ci si tira indietro, se si viene chiamati per un’altra edizione. I Giochi di Londra non sono ancora partiti, ma il networking per accaparrarsi un posto a quelli di Sochi e di Rio procede già a pieno ritmo.
    
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