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JobCoach / Terapia di coppia per imprese: ma chi ha detto che non si sposa il proprio lavoro?

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E sarebbe meglio di no. Questo è un tipico post da venerdì, direte. Ma il saggio Luigi, a margine, nota  che "spesso il non-detto produce grandi danni e potersi confrontare in campo neutro può davvero rappresentare un’opportunità" Questa è una considerazione che va bene tutti giorni della settimana, nei luoghi di  lavoro, però…
di Luigi Ballerini.- Ma chi ha detto che non si sposa il proprio lavoro? La nuova tendenza , per ora soprattutto anglosassone, di usare terapisti di coppia per risolvere i problemi di business sembra contraddire il vecchio assioma. Lo scopriamo dal Financial Times grazie a un bell’articolo dal titolo inequivocabile: Companies on the couch, aziende sul divano (del terapista, ovviamente…).
Al momento, l’attività di consulenza-terapia viene riservata alle coppie di soci che non vanno più d’accordo e che coi loro litigi mettono a rischio l’impresa. Non più solo affari di cuore quindi negli studi dei terapisti di coppia, ma affari e basta. Siamo oltre il coaching, navighiamo nell’oceano aperto di ciò che vuole essere chiamato a tutti gli effetti terapia e la cui prestazione è limitata a chi può legittimamente fregiarsi del titolo di terapista.
Nel momento in cui i partner di un business – possiamo pensare ai fondatori di un’azienda o ai soci di un’impresa – iniziano a  mostrare frizioni senza saperne riconoscere le reali ragioni, ecco arrivare in azienda il terapista con tutto il suo bagaglio di esperienza e di tecnica. Scopo del suo lavoro è per lo più fare da specchio, non dare ricette pronte per l’uso o soluzioni preconfezionate, ma aiutare le persone a definire insieme gli obiettivi comuni e a scoprire l’impatto dei propri comportamenti sugli altri con cui si condividono responsabilità e successi.
Chissà cosa accadrà da noi, se anche questa tendenza prenderà piede. Coppie in crisi al lavoro effettivamente se ne vedono tante, ma sono un po’ speciali, diverse da quelle che sembrano finire sul divano in UK. Penso qui soprattutto alle coppie padre-figlio delle tante aziende padronali sparse nel nostro paese: una transizione generazionale non sempre facile e liscia, complicata talora da pregiudizi e incomprensioni. Forse non sarà necessario un  terapista, ma comunque un terzo, esterno alla coppia, può certo aiutare; è il beneficio di avere qualcuno con cui confrontarsi, che permetta l’emergere di un conflitto che talora resta sotterraneo, che fa da rumore di fondo disturbando sia le scelte strategiche sia le decisioni del day-by-day compromettendo crescita e sviluppo. Spesso il non-detto produce grandi danni e potersi confrontare in campo neutro può davvero rappresentare un’opportunità. Ci sarà da noi chi la saprà cogliere, senza scetticismi e diffidenze?
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