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Diari / Emma: “Aiuto, mi hanno offerto un lavoro. A Londra. Full time.”

Diciamo che è un reality post, quello arrivato dalla nostra sinologa Emma Lupano. Vita in diretta. Lo stupore è perchè le hanno offerto un lavoro. A termine, ma regolare, scrive, e soprattutto adatto a lei , commisurato alle sue competenze, in linea con il suo (bel) cv. Se uno è bravo e tenace, succede. Sì, ma in Inghilterra, e il candidato (anzi la candidata), si scopre spiazzato/a da una prassi che invece dovrebbe essere quella abituale , " dalla garanzia (nemmeno richiesta) di una di quelle cose strane, vecchio stile, che oggi nel mondo della cultura suonano terribilmente retrò: un contratto di assunzione". In Italia sappiamo che non lo è, normale.  Però è anche "atterrita",  Emma, che ha interiorizzato la flessibilità e l'incertezza come tutti i suoi coetanei 20-30enni all'idea di dire yes for ever . "Non tutti sono precari per maledizione", conclude, e lancia un sondaggio: prendere o lasciare. Io dico "prendere": ogni esperienza va accettata, soprattutto se è sfidante, e parte con un brivido. E poi niente è per sempre, ormai. Altri punti di vista? Emma, poi facci sapere cosa hai deciso…Astenersi rancorosi, lividi  e invidiosi grazie.
di Emma Lupano – Aiuto, mi hanno offerto un lavoro. A Londra. Full time. Per occuparmi di quello di cui mi occupo da sette anni, per insegnare quello che faccio da quattordici e per aiutare a gestire i rapporti con il Paese dove ho studiato, lavorato e vissuto avanti e indietro per dieci. Suona bene, no? Dovrei ordinare champagne e cominciare a stappare, no?
Invece sono indecisa. Un po’ atterrita, un po’ sorpresa. Avevo immaginato che qualcosa stesse bollendo in pentola, quando il boss per cui sto lavorando con un incarico lampo di tre settimane mi ha fissato un misterioso appuntamento questo pomeriggio, ma non pensavo a qualcosa di così importante.
Sono stupita: dalla precisione con cui la sua offerta è pensata, ritagliata, misurata su di me (per una volta nella vita, sembro la persona giusta al posto giusto). E soprattutto dalla garanzia (nemmeno richiesta) di una di quelle cose strane, vecchio stile, che oggi nel mondo della cultura suonano terribilmente retrò: un contratto di assunzione. A termine, certo, ma pur sempre con tutti i crismi del caso. Pensione, malattia, maternità, ferie, permessi. Chi le ha viste le ferie pagate, in quattordici anni di onorato lavoro? È una rivoluzione del pensiero, quella che mi si propone. Come avere improvvisamente scoperto che la Terra non è un disco piatto, che l’acqua è calda, che gli elefanti non volano.
Sono, forse, anche un po’ lusingata: la profferta è giunta così naturale e decisa che mi sento quasi corteggiata. Il mio boss potenziale, infatti, non ha neanche provato a nascondermi il suo bisogno di un profilo come il mio. Non ha neanche accennato a fare quello in cui gli italiani sono campioni, e in cui vincerebbero competizioni mondiali se solo le inventassero: farti cadere le proposte di lavoro dall’alto, farti sentire che ti stanno facendo un favore, non farti pensare che, è dura ammetterlo, ma hanno proprio bisogno di te.
Qui vige la regola del win-win, il mutuo beneficio: tu servi a loro, loro possono servire a te, allora perché girarci intorno e indulgere in giochi di potere? Si chiama contratto perché prevede uno scambio equo, non un favore, commentavo a caldo con un’amica.
Gli amici, poi. È bastato mettere due righe su Facebook per ricevere una valanga di commenti: quasi tutti a favore della fuga del cervello (si fa per dire) in questione, quasi tutti entusiasti per me all’idea di avere la prospettiva di un lavoro stabile. «Non esitare, accetta!», è il senso generale dei loro messaggi. Ma io esito lo stesso.
Non è solo il tempo atmosferico britannico – anche Pechino, Hong Kong e Milano hanno i loro difetti, eppure ci ho vissuto per anni senza problemi. Non è l’ennesimo trasloco, cambiamento di indirizzo e di conto in banca – uno in più o uno in meno, che differenza fa. Non sono neanche (o non solo) la famiglia, il gatto, gli amici – Londra in fondo è dietro l’angolo. No, è qualcos’altro. È quella vaga ansia che mi stringe la gola e mi toglie l’ossigeno al pensiero di un lavoro stabile. È la vecchia abitudine alla flessibilità, l’incurabile tendenza alla sperimentazione.
Non tutti sono precari per maledizione. Esistono anche i freelance per scelta e per costituzione.
È ora di cambiare?
Prendere o lasciare?
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  • rosanna santonocito |

    Visto che ti sta così a cuore il rimpatrio di Emma con destinazione Sole 24 Ore (e visto che hai scelto tu per lei quale deve essere..), potresti scriverle una referenza, come si fa con Linked In. Da parte mia , sarò lieta di inoltrarla là dove si decide. O forse stai parlando di qualcun altro, in qualche altro giornale, o magari in questo? I commenti sui blog,se sono scritti con il pungiglione o sotto l’effetto di bruciori personali, non servono a nessuno. Grazie.

  • francesca |

    no non accettare torna in Italia dove troverai un mercato del lavoro migliore magari chiedi un posto al Sole come giornalista fissa (si dice così?)

  • fra |

    c’è solo una cosa peggiore del precariato: i rimorsi. quelli ti svegliano la notte e non c’è più verso di dormire. l’unico modo per evitarli è non rinunciare a priori alle cose. si prova, si va, poi nel caso di torna.

  • rosanna santonocito |

    molto saggio,Emiliano. Ascoltarsi e svincolarsi dai parametri “generalisti”. Anche perchè i cambiamenti sono continui e imprevedibili ormai. Il punto fermo (che va contunuamente incrementato però) è il proprio bagaglio personale di competenze e relazioni

  • garrincha |

    Riflessione perfetta. Non c’è giusto o sbagliato. Ci sono milioni di buoni consigli, tutti giusti.
    Tu però che vuoi fare? Scegli secondo natura, svincolati da certi parametri,e ascoltati per bene.
    E se ti accorgerai d’aver sbagliato avrai fatto giusto comunque.
    A parte un paio di cose si può sempre rimediare a tutto. Ci pensi 5 minuti (non di più) e poi scegli.
    Ciao, stammi bene.
    Emiliano

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