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JobFiction / A teatro vanno in scena le “Precarie Età”

 

Precarie-eta
Il teatro torna sul lavoro sul non lavoro  e in particolare sul non lavoro dei cinquantenni. La pièce in questione è rappresentata al Teatro San Babila di  Milano da diverse settimane, con molto successo. Nessuna sorpresa. Il tema è condiviso in città
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di Fabrizio Buratto.- A teatro vanno in scena le “Precarie Età” di due donne cinquantenni con lavori, famiglie e amori precari
“Mi hanno parcheggiata qui, nel dimenticatoio, in attesa di rottamazione. Ma io non cedo, crepo piuttosto! Me lo devono dire in faccia che non servo più, con la mia professionalità e la mia esperienza”. La capoufficio acquisti Marina Battaglia (Maria Paiato), cinquantenne relegata nel magazzino di una ditta italiana acquisita da un’azienda tedesca, si sfoga con Silvana Nobile (Patrizia Milani), senza sapere che quella donna in tailleur, sua coetanea, è una tagliatrice di teste. “Sono una consulente del lavoro e sono stata assunta dai tedeschi per occuparmi del ridimensionamento del personale.” Battaglia, la capoufficio acquisti senza più niente da acquistare, donna del sud fedele al nome che porta, ribatte: “Ah, sarebbe lei quella chiamata a tagliare i rami secchi, anche se così secca non sono.” Ed ecco entrare l’ironia, elemento chiave della piece commissionata dal teatro Stabile di Bolzano a Maurizio Donadoni, ex maestro elementare, musicista e attore, per la regia di Cristina Pezzoli. L’ironia, senza la quale mettere in scena il precariato renderebbe il racconto stesso precario e senza speranza, come accade in “18.000 Giorni – il pitone”, dove a perdere il lavoro è il cinquantenne interpretato da Giuseppe Battiston.
In “Precarie Età” si ride spesso, ed è proprio il riso la chiave per criticare l’assurda situazione dell’economia e del mercato del lavoro attuale.

 “Questo è il fascicolo sull’azienda, me l’hanno dato i tedeschi”, la tagliatrice di teste mostra il faldone. “Quella roba sta alla realtà come i fondi del caffè al futuro”, risponde la dipendente, che osserva: “Qui ormai arrivano solo pezzi da assemblare, non è più un’azienda”. Eh già, la delocalizzazione del lavoro riguarda anche l’Italia: c’è sempre qualcuno messo peggio cui affidare manodopera a basso costo. “I cinesi delocalizzano in Corea, dove lo stipendio di un operaio è di sette euro al mese”, fa notare la tagliatrice di teste alla dipendente,  attonita nell’apprendere che i marchi della sua infanzia ormai sono tutti in mani straniere: “Ignis è americana, la Sperlari svedese, i Baci Perugina sono della Nestlè e l’Invernizzina della francese Lactalis”. Questa la realtà, sbattuta in faccia dalla Nobile tagliatrice di teste alla romantica Battaglia, affezionata al suo vecchio manuale di dattilografia. “Prenda questa circostanza come un’opportunità: ha mai pensato di mettersi in proprio? Le donne sono sempre più presenti nei lavori atipici”;  la “ristrutturatrice aziendale” fa il suo lavoro per indurre Battaglia a licenziarsi. 
   Ed ecco che, nel secondo atto, la prospettiva si rovescia, inaspettatamente. Perché in questa età precaria non è precario solo il lavoro, ma anche i rapporti umani e i matrimoni. Questo accomuna le due cinquantenni in scena, così diverse fra loro per estrazione sociale, carattere e percorso di vita. Niente è più come prima, e niente è più certo. Tanto vale mettersi in gioco. Lo sanno bene Kevin Odion e Uche Thomas, i  due attori di colore che, fino a pochi mesi fa, mettevano a posto i carrelli della spesa fuori dai supermercati, e sul palco interpretano prima due addetti alle pulizie e poi due scaricatori. 
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