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JobFiction / In “Senza arte né parte”: creativi e manovali di fronte. E chi lavora con le mani va in vantaggio nel secondo tempo

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Film: Senza arte né parte: regia di Giovanni Albanese
Parola chiave: disoccupazione
Professione: operaio, falsario
Ambientazione: Salento, Roma
Genere: commedia
Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=jE6TJuD8Gpo  
di Fabrizio Buratto.- "Siete licenziati.” Non va per il sottile la direttrice delle risorse umane del pastificio Tammaro nel comunicare la notizia a tre operai. Carmine (Giuseppe Battiston), Enzo (Vincenzo Salemme) e l’indiano Bandula (Hassani Shapi) si sfogano frantumando la pasta contenuta negli scatoloni del magazzino e prendendo a mazzate le latte di sugo. In realtà, il solo assunto regolarmente era Bandula, bisognoso del permesso di soggiorno, anche se sul contratto figurava come “baby sitter part time”.
Alfonso Tammaro, impreditorucolo di pochi scrupoli, si è liberato delle risorse umane in eccesso una vota robotizzato il pastificio. Le macchine licenziano gli operai, fin qui niente di nuovo. L’aspetto originale del film sta invece nell’idea che l’arte contemporanea sia riproducibile da chiunque ci sappia fare con le mani. Così Carmine, Enzo e Bandula, ignorati dai caporali della zona, che non li prendono a lavorare come manovalanza in nero in quanto locali e quindi potenzialmente portatori di rogne, si ritrovano per caso falsari. Tammaro, per una paga da fame e “in amicizia”, ovvero in nero, li mette a guardia della sua collezione di arte contemporanea: c’è l’“Uovo” di Manzoni, i tagli di Fontana, la “Montagna di sale” di
MontagnaDiSale
Mimmo Paladino (la cui trasposizione ingigantita campeggia in questi giorni a Milano davanti a Palazzo Reale) e il “Baco da setola” di Pino Pascali, una sorta di bruco composto da decine di setole sintetiche per spolverare.
Quando Carmine rompe accidentalmente l’Uovo di Manzoni e la squadra di manovali ne produce una copia venduta per una cifra esorbitante ad un notaio dall’ignaro Tammaro, i tre disoccupati cominciano ad usare le mani per tagliare tele e comporre bachi da setola, piazzati dietro compenso di migliaia di euro ad un gallerista romano.                                                                       
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Gli intellettuali e le ricche dame che frequentano gallerie e vernissage non saprebbero da dove cominciare, mentre ai manovali – che hanno sempre usato le mani per inscatolare la pasta, verniciare una parete o scavare una buca per sradicare un ulivo –, basta fare un salto al mercato ambulante per trovare ciò che occorre. Rivalutazione del lavoro manuale o svalutazione dell’arte contemporanea? Il regista Giovanni Albanese, titolare della Cattedra di Decorazione all’Accademia delle Belle Arti di Roma, e artista di fama internazionale, conosce bene il mondo di cui si è preso gioco.
Nella società contemporanea, dove tutto è riproducibile, ciò che conta è l’idea; lo intuì Andy Warhol. Ma il film di Giovanni Albanese sembra porre una domanda nuova: chi, oggi, è in grado di fare l’intero processo di produzione di una qualsiasi cosa, dall’ideazione alla realizzazione? Ciò che conta è l’idea, d’accordo, ma anche la realizzazione del manufatto fa la differenza. Per questo c’è una bella differenza fra un paio di scarpe cinesi e uno cucito a mano da un’operaia di un calzaturificio italiano, che ha imparato il lavoro a bottega quand’era ragazzina. E allora, nella società dei servizi, occorrerebbe considerare i prodotti servizi altrettanto importanti dei servizi intangibili,  e perciò ridare al lavoro manuale la dignità che si merita.

 

  • Max |

    …Rosanna, natürlich !
    Chiedo scusa !

  • Max |

    Un spunto stimolante su di un tema basilare per l’economia e – in misura piú fondamentale – per la società !
    Brava Rossana (noch einmal) !!!

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