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JobFiction /“Habemus Papam” di Nanni Moretti: se gli altri ci attribuiscono ruoli che non sentiamo nostri, sono guai…

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"Habemus papam" così come ce lo racconta il nostro Fabrizio Buratto, è un film sulla solitudine dei numeri uno. E poi sul peso delle etichette che abbiamo appiccicate addosso, con tutta la difficoltà di liberarcene  se non ci appartengono, o ci soffocano.  Il lavoro è la stampigliatura prevalente, quella che ci definisce,  non importa se quell'essere qualcosa o qualcuno l'abbiamo voluto noi oppure no. Non è solo un problema da stanze vaticane. Dove, peraltro, chi ha  interpretato il ruolo non scelto ridisegnandolo in modo del tutto personale, e sorprendente (quasi spiazzante) per gli uomini e per la Storia, c'è stato: Giovanni Paolo II… 
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Film: Habemus Papam
Regia: Nanni Moretti
Parola chiave: ripensamento
Professione: Papa – psicologo
Ambientazione: Roma
Genere: commedia

Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=rpbbIYw9WGA

 di Fabrizio Buratto. “E adesso cosa succede?” Domanda il novello Papa (Michel Piccoli), che dovrebbe affacciarsi alla finestra di San Pietro per benedire i fedeli. Ansia, forse un attacco di panico. Il defilato cardinale francese Melville, eletto Papa a sorpresa in un conclave dove ciascun cardinale pregava Dio di non essere il predestinato a rappresentarlo in Terra, non si sente all’altezza del ruolo assegnatogli. Il portavoce del Vaticano (Jerzy Stuhr) decide di convocare lo psicologo più bravo in circolazione (Nanni Moretti). Ma niente domande su sesso, mamma e sogni. Lo psicologo non riesce a lavorare circondato dai cardinali, così il Papa, in vesti borghesi, viene condotto in gran segreto a Roma, da una psicologa (Margherita Buy), la ex moglie dello psicologo ormai prigioniero del Vaticano fino a quando la vicenda non sarà risolta. “Mia moglie mi ha lasciato perché non poteva sopportare che fossi il più bravo”, confida lo psicologo mentre gioca a scopa coi cardinali, forse angosciato dallo steso problema del Papa: essere considerato il numero uno nel suo campo. “Ma lei lo vuole fare il Papa?”, domanda lo psicologo. “Sono già il Papa”. Non c’è via di scampo.                                                                                                                     
La percezione che gli altri hanno di noi, sul lavoro e nella vita, conta più di come ci sentiamo noi stessi, allo stesso modo in cui ciò che c’è scritto sul nostro bigliettino da visita o curriculum ci ingabbia in un ruolo: psicologo, giornalista, piastrellista, antennista, infermiere.  Quella cosa e basta.



Ma un essere umano è molto di più di quello che la società industrializzata lo obbliga ad essere con la sua mania per le specializzazioni. “Faccio l’attore di teatro, mi è sempre piaciuto tanto”, confida il Papa alla psicologa, ignara di chi si trova di fronte. Perché il sogno irrealizzato del neo Papa era proprio quello. Sua sorella ce l’aveva fatta, lui no. E forse questo è stato determinante

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  nell’intaccare la sua autostima. “Ha dei legami affettivi importanti?”, lo incalza la psicologa. “Non lo so, è la mia vita”. Accade a molte persone: una volta arrivate al punto in cui la società ha deciso chi sono, a causa del lavoro e della posizione sociale occupate, molte di esse procedono per inerzia, perché è così e basta. Il Papa è il Papa e, una volta scovato dai cardinali nella sua breve fuga in vesti borghesi, mentre assiste ad un rappresentazione di Cechov in un teatro romano, rieccolo costretto ad affacciarsi alla finestra di San Pietro. Ma questa volta il Papa è tranquillo, perché ha maturato la sua decisione e, in un atto di umiltà, si dice non all’altezza del ruolo che gli è stato affidato. Ma il suo non è un “gran rifiuto” fatto per “viltade”, come quello attribuito a Celestino V, il Papa che nel 1294 abdicò a quattro mesi dall’elezione, guadagnandosi un posto fra gli ignavi nel III Canto dell’Inferno dantesco, ovvero tra coloro che non agirono né nel bene, né nel male. No, quello del Papa interpretato da Michel Piccoli è un rifiuto ad un ruolo imposto, dettato dalla consapevolezza che per far bene il proprio lavoro bisogna crederci, soprattutto se si tratta di un lavoro prestigioso e a tempo indeterminato, anzi, di un lavoro per tutta la vita. 
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  • rosanna santonocito |

    Direi che più a tempo pieno, indeterminato ed esercitato in via esclusiva di così è raro trovarne…gentile lettrice, mai sentito parlare di metafora, allegoria ecc ecc?

  • adriana |

    mi sorge un dubbio, forse perché non conosco le regole della chiesa come istituzione, ma, fare il PaPa, è un lavoro?

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