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JobFiction /“The Social Network”, dove Facebook è già storia: ma se foste un head hunter, dove cerchereste il prossimo Mark Zuckerberg?

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risposta di Fabrizio: nelle stanze caotiche dove il prossimo ventenne studente secchione sta lavorando a un progetto. Il suo progetto, non un co.co.pro.  Avvertenza: qui non stiamo parlando dell'Italia, dove se sei un co.co.pro, co.co.pro resti finchè hai i capelli grigi,  non sei più cool e le belle idee te le fai passare (sennò i capi te le rubano, per essere loro quelli cool…)
Film The Social Network
Parola chiave:
creatività
Professione: programmatore – hacker – imprenditore
Ambientazione: Stati Uniti (Massachussets e Florida)
Genere: ricostruzione storica
Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=KBy8FH51GPc
 
di Fabrizio Buratto.- Se non fosse stato per una serata andata storta con una ragazza e per una sbronza, probabilmente facebook non sarebbe nato o forse sarebbe rimasto un social network ad uso dei pochi eletti che dispongono di una email di Harvard. Di certo il nerd Mark Zuckerberg, che l’11 gennaio 2004 mise online Facebook, se non avesse avuto spirito di rivalsa sociale nei confronti dei suoi compagni di università figli di papà, come loro nel tempo libero avrebbe fatto canottaggio e come loro sarebbe il ragazzo che le madri sognano per le proprie figlie. Ma già ci sono troppi se.  
La storia – perché la vicenda è già Storia nonostante siano passati solo sei anni – narrata nel libro “The Accidental Billionaires” (“Miliardari per caso”)  di Ben Mezrich e portata sul grande schermo da David Fincher, racconta di un ragazzo con felpa e infradito a cui non importa del denaro, ma di creare qualcosa di fico (cool) per entrare nei club più prestigiosi di Harvard e fare colpo sulle
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ragazze. E proprio dalla classificazione cool delle ragazze di alcune  università americane, creata con le foto rubate nei database degli atenei, in una sola notte Zuckerberg (interpretato da Jesse Eisenberg) fa crashare la rete di Harvard, incapace di sopportare il traffico che Mark, attraverso il principio del marketing virale, è riuscito a creare dal suo portatile: oltre 22.000 contatti.
La cosa non passa inosservata, né agli occhi dei vertici dell’università, che richiamano lo studente per aver violato la privacy di migliaia di persone e fatto crollare il server, né a quanti, studenti e amici, sentono subito un grande odore di soldi. Di lì a un anno la combriccola si ritroverà in tribunale per reclamare una fetta dell’enorme torta di cui Zuckerberg ha messo l’ingrediente principale.
La vicenda “è complicata”, come lo sono le relazioni sentimentali contraddistinte da questa voce su Facebook. Gli avvocati hanno stabilito che Zuckerberg non ha la proprietà intellettuale dell’intera operazione, ma di certo l’intuizione è stata sua: “la gente vuole andare su internet per sapere cosa fanno gli amici, oppure per riuscire ad agganciare una ragazza incontrata ad una festa.”  Oggi quell’intuizione vale 25 miliardi di dollari e Mark, classe 1984, è il più giovane miliardario al
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mondo. Ma se il racconto cinematografico ne restituisce un’immagine fedele, probabilmente non è questo a far sentire Mark un grande, bensì l’aver fatto una rivoluzione culturale con la creazione di uno strumento usato da 520 milioni di persone – tanti sono attualmente gli iscritti a Facebook – in 207 paesi. E aver dimostrato quello che la tv, con i reality, ha oscenamente evidenziato: la gente non cerca la privacy, anzi, vuole la ribalta. E nel caso di Facebook, spesso, non significa ostentazione, ma esigenza di condivisione e sfogo. A tal punto che molte persone, a causa di facebook, hanno perso il lavoro per un commento poco gradito dal loro capo, o per una foto non troppo consona al ruolo ricoperto. Altri, invece, hanno perso o trovato l’amore, altri perso o ritrovato un amico, altri ancora si sono emozionati nel vedere la foto di classe della prima elementare che non trovavano più, postata da un loro compagno. Ora sposato e con figli. Ma chi l’avrebbe mai detto, Maurizio sposato? Chi l’avrebbe mai detto che, la prima cosa da fare dopo aver messo online un pezzo sul giornale, è linkarlo su Facebook?  
Ora: se foste head hunter, dove cerchereste il prossimo Zuckerberg? Mi vedo i cacciatori di teste scandagliare i dormitori dei college, bussare alle case condivise dagli studenti negli Stati Uniti, in Cina o in India, entrare e muoversi fra lattine accartocciate e scatole di sushi. Perché proprio da uno di quegli appartamenti qualche studente secchione un po’ frustrato, o qualche studentessa con l’apparecchio, tirerà fuori il prossimo algoritmo che cambierà nuovamente le nostre abitudini. Anzi, forse l’ha già scritto e sta lavorando ad un progetto suo, non un co.co.pro. E non per i soldi, non per la gloria, bensì per essere accettato dal suo contesto sociale, come la maggior parte di quelli che ti chiedono l’amicizia su Facebook. 
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  • Fabrizio Buratto |

    Cara Loredana, mi è piaciuto molto. Ma credo che quando si scrive di un film, il giudizio personale debba trasparire il meno possibile. E mi è piaciuto perchè non era facile raccontare una storia che ha come presupposti algoritmi e linguaggi di programmazione. Dunque, spostare la narrazione in tribunale e continuare a raccontare la vicenda da lì per mezzo di alcuni flashback, mi pare una grande idea per due motivi: permette di mettere in scena i diversi punti di vista dei creatori di facebook e, metaforicamente, ci conferma come chiunque faccia qualcosa di rivoluzionario (Zuckerberg) non può che finire sul banco degli imputati.

  • Loredana Oliva |

    Io vorrei andare tra oggi e domani… interessante l’articolo – con la giusta premessa che non siamo in Italia e nessuno andrà a cercare nelle aule delabré delle nostre università. Ma Fabrizio, il film ti è piaciuto?

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