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JobManagement / Dura la vita del capo-materasso

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di Luigi Ballerini-
Non essere un capo-martire! E’ un utile consiglio per i boss che ritroviamo su Harvard Business Review . La motivazione è presto detta: va bene proteggere le proprie persone dallo stress e dai disturbi, ma porre la felicità dei dipendenti al primo posto non fa affatto bene alla salute. Sacrificarsi può infatti portare solo a risentimento e burn out e ciò è particolarmente vero se nel team ci sono persone deboli o destruenti che possono approfittarsene.
L’invito vuole essere una critica a una certa teoria di management in voga alla fine degli anni ’60 e ripresa sempre in un articolo della stessa rivista; secondo questa visione un buon capo deve fungere da scudo nei confronti dei sottoposti, difendendoli dagli attacchi interni ed esterni e permettendo loro di svolgere i propri compiti nella massima tranquillità al riparo da interferenze e disturbi.
Un capo quindi a metà strada tra il papà e il supereroe (un vero e proprio “human shield”) pronto a sacrificarsi per la difesa dei propri piccoli, contro ogni possibile minaccia e attacco; un tampone che assorbe tutte le perturbazioni esterne e offre una culla di cotone a chi deve lavorare in assoluta tranquillità.
L’odierno avvertimento a non fare i martiri sembra effettivamente dotato di una buona dose di realismo; non può essere una concezione puramente paternalistica a far crescere e sviluppare i talenti sul lavoro. Posto che si possa davvero credere alla favola del capo martire. Sappiamo infatti che troppa protezione genera isolamento e il cosiddetto scudo se ripara dai flussi in entrata spesso impedisce anche quelli in uscita. Quanti capi che sembra facciano scudo in realtà fanno solo da filtro? In quante occasioni il lavoro dei dipendenti non riesce ad emerge ai livelli superiori perché vengono accuratamente tagliate le opportunità di contatto e comunicazione? 
Un vero capo, sinceramente desideroso della crescita dei suoi collaboratori, non li nasconde, piuttosto li espone, li mette in prima linea, si adopera in modo che il loro operato, le loro idee vengano riconosciute e apprezzate.
Un vero capo, sicuro delle sue competenze, non teme nulla da chi opera onestamente con lui, non è invidioso, né geloso, anzi lo promuove perché sa che così facendo promuove anche se stesso.
Lasciamo stare i sacrifici e i martiri quindi, puntiamo piuttosto su chi si guadagna la nostra fiducia e concediamo la meritata visibilità. Solo così si può crescere insieme.

 

  • Luca Baiguini |

    Credo che per approfondire un argomento come quello che hai descritto non si possa prescindere dal considerare il tema del potere e delle mappe di potere all’interno delle organizzazioni.
    In questo senso, il capo è spesso l’unico scudo possibile contro gli abusi di potere. Un capo, spesso, si deve esporre in prima persona per difendere il suo team che, altrimenti, si potrebbe lasciare troppo condizionare dalle strutture di potere presenti nell’organizzazione.

  • Nicola |

    Credo che in questo articolo non si mettano in evidenza i rischi legati ad un filtro eccessivamente blando. A mio parere un atteggiamento di questo tipo porta il team a non prendersi delle responsabilità quando vengono delegati dei lavori o delle decisioni. Si rischia poi di avere delle persone che costantemente richiedano una validazione preventiva del loro operato. Cosa ne pensate? Grazie Nicola

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