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Mille euro / Libri – “Immobilità diffusa” di Daniele Checchi: l’impossibilità di dare un futuro ai figli crea lo stress parentale

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Mobilità intergenerazionale o, detta alla francese, ascensore sociale è il tema del saggio di Daniele Checchi, economista del gruppo lavoce.info che Fabrizio Buratto ha letto per noi. Si parla della situazione di quel giovane italiano su quattro che è senza lavoro come calcola l'Istat, ma vista con lo sguardo"economico" dei suoi genitori. E parliamo, come al solito, de valore e del potere delle reti informali.Il confronto con altri Paesi sul piano della disuguaglianza non ci vede messi peggio. Ma non è un punto a favore nostro. E neanche una consolazione.
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 di Fabrizio Buratto.- “Immobilità diffusa”  potrebbe essere la diagnosi per un paziente con difficoltà a camminare, a deambulare direbbero i medici. Invece è  il titolo del saggio edito da Il Mulino e curato da Daniele Checchi – professore di Economia dell’istruzione ed Economia del lavoro presso l’Università degli studi di Milano. Sottotitolo: “Perché la mobilità intergenerazionale è così bassa in Italia”, senza punto interrogativo.  In estrema sintesi la risposta è: perché il livello d’istruzione conseguito dai figli non si scosta di molto da quello dei genitori nel 60,7% dei casi.  Ma anche quando i figli raggiungono gradi di istruzione più elevati, a parità di livello di studi con i coetanei provenienti da famiglie più agiate, hanno maggiori difficoltà a trovare lavoro. Ed ecco la parte economica della questione: ad un reddito maggiore dei genitori, corrisponde un maggiore investimento nello studio dei figli, che non sono costretti (materialmente o psicologicamente) ad abbandonare gli studi per lavorare oppure a frequentare scuole e università meno prestigiose.
In letteratura economica questo fenomeno viene definito da alcuni “stress parentale”, da altri “financial distress”: “il basso reddito crea stress nei genitori e ciò riduce la loro capacità di aiutare i figli nelle scelte fondamentali.” Il ceto medio (o piccolo-media borghesia che dir si voglia), nonostante stia perdendo capacità di acquisto – non è più in grado di comprare una casa per i figli, osserva il sociologo Aldo Bonomi   mantiene un network di relazioni amicali che consente ai figli di “piazzarsi” con più facilità rispetto a chi, provenendo dai ceti bassi (operai e immigrati di seconda generazione) possiede lo stesso curriculum studiorum, raggiunto con sacrifici ben maggiori. “Quello che sembrerebbe fare la differenza tra i figli di papà e gli altri giovani è che i primi un lavoro lo trovano comunque, anche se magari con retribuzioni inferiori a quelle di individui che siano pervenuti allo stesso posto attraverso canali formali.”
Secondo uno studio internazionale condotto nel 2006-2007, “a parità di titolo di studio fra genitori e figli, il financial distress ha gli effetti più bassi nei paesi anglosassoni e quelli più alti nei paesi mediterranei.” In questa classifica per una volta l’Italia si trova in compagnia di Regno Uniti e Stati Uniti, ma non è una buona compagnia, poiché si tratta “dei paesi avanzati con la maggiore persistenza internazionale delle diseguaglianze”. I ¾ degli iscritti alle migliori università americane proviene da famiglie posizionate nella fascia più alta della distribuzione dei redditi, dato che stride con la visione dell’“American exceptionalism”.
Daniele Checchi vede una sola strada per ridurre la trasmissione delle disuguaglianze: welfare, inteso come “politiche di sostegno allo studio per i figli meritevoli di famiglie  con ridotta capacità di reddito”.

Ad un minore livello di fiancial distress corrisponderebbe un numero inferiore di giovani che abbandonano gli studi soprattutto durante la carriera universitaria, considerata dalle famiglie meno abbienti “un investimento senza rischi ma che presenta sia costi (psichici e monetari) incerti, sia benefici monetari incerti.”
Secondo Checchi tali politiche dovrebbero iniziare fin dalla scuola primaria, “poiché i genitori ipotizzano (o meno) la transizione all’università già quando scelgono l’indirizzo della scuola secondaria per i propri figli.” Dunque, perché mai lo Stato dovrebbe finanziare le scuole private, o “paritarie” che dir si voglia? Per ritornare al paziente con difficoltà deambulatorie, sarebbe come fargli correre i 100 metri con una persona in salute. Una gara persa in partenza.
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  • Claudio Resentini |

    Interessante. Detto così sembra uno studio che finalmente fa piazza pulita di tutte le sciocchezze che si dicono correntemente sull’attuale conflitto generazionale e che riporta il fulcro dell’attenzione sui rapporti tra le classi sociali. Lo leggerò.

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