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Mille euro – “Gioventù sprecata: perché in Italia si fatica a diventare grandi”, il libro inchiesta di Marco Iezzi e Tonia Mastrobuoni

Gioventusprecata
 di Antonella Appiano.- “Bamboccioni?  Io direi piuttosto che stiamo creando una generazione di viziati, incapaci di affrontare il mondo“. Non è tenera Dacia Maraini, una delle voci dei ‘grandi saggi’ che chiude il libro inchiesta "Gioventù sprecata. Perché in Italia si fatica a diventare grandi", appena uscito in libreria da Laterza, 16 euro. Un’indagine a tutto campo sui giovani italiani di oggi. Una vita sospesa fra dipendenza e incertezza. Studiano e poi passano da uno stage e un contratto di formazione. Da un’esperienza all’estero a un co.co.co. Non vanno via di casa. E se si sposano lo fanno tardi , senza tagliare il cordone ombelicale con la famiglia. Vittime o ragazzi incapaci di accettare di “appartenere alla prima generazione che sperimenta la flessibilità, pur essendo cresciuti con il mito del posto fisso”?
Gli autori, l’economista Marco Iezzi, e la giornalista parlamentare Tonia Mastrobuoni non danno giudizi. Lasciano parlare le cifre, i dati, le statistiche, le testimonianze. Qualcuno, come Enrico Moretti, professore di Economia a Berkeley, dà un po’ la colpa del bamboccionismo (termine coniato dall’ex Ministro dell’economia Padoa Schioppa) ai genitori che tutto sommato sono contenti di tenere la prole anche cresciutella nel nido. “ In cambio della coabitazione con i figli, sono disposti a trasferire loro risorse, attraverso aiuti di vario genere, purché rimangano a casa. I figli, da parte loro, rinunciano a un pezzo dell’indipendenza per godere di un tenore di vita superiore rispetto a quello che potrebbero permettersi vivendo da soli”. Però dall’inchiesta emerge  anche un’Italia che presenta già dall’inizio della formazione gravi pecche nella scuola e nelle Università. Scambi di accuse. Gli studenti (almeno il 50%) ritengono i professori “poco appassionanti”, diffidenti verso l’innovazione. I professori si difendono dicendo che hanno salari tra i più bassi a livello internazionale. Loro non sono giovani per nulla. Il 55% della classe insegnante ha, infatti, più di cinquant’anni. Tutti sono d’accordo nel ritenere inadeguate le politiche a favore dello studente. Le residenze universitarie e i prestiti agevolati per esempio e il rapporto fra gli atenei e il mondo de lavoro. Per non parlare della meritocrazia e del sostegno alla ricerca.
Qui entrano in gioco le testimonianze di chi se n’è andato oltreconfine. Gli expat intervistati, dal napoletano Antonio Giordano oggi genetista a Philadelphia a Enrico Moretti professore di Economia all’University of California, Berkeley a Paola Antonelli, Senior Curator al Museum of Modern Art di NewYork, non hanno dubbi. “In Italia non avrebbero mai avuto le opportunità offerte loro dagli States”. (continua)



E visto che i giornali abbondano ormai delle storie della generazione perduta, nel saggio, per par conditio, ci sono anche storie di chi “ce l’ha fatta”. Come Valeria Parrella, Michel Martone. Filippo Preziosi. Giovani che sono riusciti a costruirsi un percorso, a emergere. E possono quindi “dare speranza a una generazione che sembra smarrita”.
I capitoli dedicati al mondo del lavoro hanno titoli efficaci.  “Disoccupati senza tutela”, “ L’impresa che non forma”, Inutile bussare qui: le banche”.  Chi s’immagina, in Italia, due “venticinquenni di nome Larry Page e Sergey Brin presentarsi allo sportello di una banca a chiedere un finanziamento per un algoritmo dal nome Google?”. Quante avrebbero dato credito a due studenti? Nel capitolo “Un posto fisso da precario” gli autori sottolineano  invece “l’immagine edulcorata del lavoratore flessibile” che è lontanissima dalla realtà. In Italia“lo squilibrio tra un lavoro iperflessibile e una protezione latitante è evidente ormai anche nel confronto internazionale”. Infatti, nel 2006 la Commissione europea ha inserito l’Italia nel gruppo dei paesi dell’Est in base a un livello di sicurezza sociale molto basso.
Chiudono il libro le interviste ad alcuni saggi della generazione nata tra gli anni Dieci e trenta , e che quindi hanno vissuto la giovinezza durante la guerra e poi hanno contribuito alla ricostruzione del Paese. E se Margherita Hack scende in campo in difesa dei giovani “ a che cosa servono i dottorati di ricerca se poi non ci sono sbocchi?” e Gae Aulenti li esorta a “ad approfittare delle borse di studio europee per viaggiare e aprire le menti “, Mario Monicelli è severo senza appello. “Siete soli, disincantati, disinteressati a tutto. Sì, siete dei gran mammoni viziati, se è questo che volete sapere”.
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  • Lou |

    Per chi non ha appoggi che possono “aiutarlo” ad avere un lavoro coerente che la sua formazione ed aspirazioni, credo che partire sia un’ottima soluzione. Il trasferimento all’estero spinge inevitabilmente a consentrarsi su se stessi: a far emergere le competenze che anche si pensava di non avere per crearsi una “base” una “casa propria”. Il trasferimento all’estero implica una sfida e se si ha la fortuna di scegliere il buon paese alla lunga ce la si fa.

  • Generazione P |

    Dare colpa alla mia generazione è semplicemente un estremo atto di abdicazione delle responsabilità delle generazioni che mi hanno preceduto.
    Dei sussidi sociali non mi interessa
    proprio niente, ma dovete essere
    sinceri con i cittadini. Parlate delle ritenute d’acconto, contratti di prestazione occasionale, stage a costo zero che applicate ai giovani oppure avete lunghe ombre da nascondere.
    I giovani faticano a diventare grandi, forse perchè gli attuali grandi faticano a diventare grandi.

  • Vincenzo Viviani |

    Sono un ragazzo universitario. Non un trentenne ma penso che il problema lavoro riguardi anche noi “più giovani”. Sto leggendo il libro che tratta davvero un sacco di argomenti interessanti come scrive Antonella nella recensione. E che fanno riflettere. Non ci sono solo le interviste agli intellettuali che, infatti, prendono un solo capitolo…Vincenzo

  • Roberto Bonzio |

    Capisco l’amarezza espressa da Generazione P. Ma il punto credo stia in quel che bene aveva denunciato anche Alessandro Rosina in “Non è un Paese per giovani”. Ci sono in Italia una serie di meccanismi perversi che penalizzano il merito e l’accesso di giovani a posti di lavoro consolidati. Di contro… per una serie di altri motivi culturali, i trentenni in Italia hanno la grave responsabilità di mancare di quella identità, consapevolezza e rabbia collettiva da contrapporre a queste discriminazioni. Come se lo sconforto e la ricerca di ammortizzatori e soluzioni personali fosse l’unica via di uscita. Invece fanno parte del problema. Roberto

  • Generazione P |

    Gentile Signora Antonella, se con talune dichiarazioni si lanciano pietre non si può pretendere di ricevere rose….

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