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JobManagement/ Prendersi del tempo vs horror vacui: e se il vuoto non fosse poi così male?

Timemanagement
Con questo post non a caso piazzato nel giorno del rientro, dolosamente demoliamo un punto forte del time mangement. Ovvero che non fare nulla e rimandare a domani sia un comportamento improduttivo e deprecabile e colpevolizzante, per chi ama pensarci da sè. Non è mica detto…soprattutto quando a dirlo è un atleta del multitasking come il JobCoach Luigi Ballerini…Graditi i commenti, se siete tornati…
di Luigi Ballerini- Horror vacui. E’ quella sindrome che colpisce moltissimi e consiste nel non concedersi nemmeno uno spaziettino vuoto, pena una certa angoscia che assale l’io. Alcuni  guru del time management in passato ne hanno addirittura fatto il punto di forza della gente di successo: non sprecare tempo, ottimizzare l’agenda, massimizzare il risultato di ogni istante nella giornata. Tipo: intanto che corro a cercare un panificio ancora aperto ascolto la lezione del corso di inglese col mio Ipod, così non perdo tempo. Ma qualcuno sta facendo marcia indietro, come evidenzia l’articolo del  Wall Street Journal  dal titolo assai suggestivo: Time Wasting Works Wonders, ossia” the benefits of procrastination”.
Potrebbe diventare proprio questa la nuova key word del benessere: procrastination. Credo tuttavia sia opportuno fare un distinguo: esiste una forma del ritardare che è molto vicina alla rimozione, un “ci penserò domani” che significa solo “adesso preferisco non pensarci”.
Sappiamo che di solito non funziona, domani sarà esattamente come oggi, forse con un giorno perso.
Ma esiste anche quella forma che ha l’aspetto di prendersi del tempo. Prendersi del tempo per pensarci meglio, per raccogliere più dati, per non affrettare conclusioni importanti sotto la scorta di emozioni troppo forti.
Saper rimandare significa anche decidere di non vivere in un continuo stato di urgenza, laddove tutto diventa improcrastinabile, appunto. Qualcosa può essere fatto anche domani, non finirà poi il mondo! Soprattutto è decidere di non annegare nei sensi di colpa se ci prendiamo un po’ di tempo per noi: un libro, la palestra, una cena con gli amici, un bagno caldo, le nostre canzoni preferite, una pennichella.
Il tempo frutta non solo quando è utilizzato per il lavoro; è pura miopia quella che ci fa credere che usare bene del tempo coincida col produrre email, presentazioni e report, spendendo la vita solo in ufficio o su Office, che poi è lo stesso. Lo chiamano anche work&life balance, forse potremmo solo definirlo buon senso: perché impoverire la nostra vita quando può essere così ricca di passioni da coltivare e desideri da realizzare oltre che di compiti da svolgere? Nessuno ci restituirà mai il tempo che abbiamo sottratto a noi stessi. E per che cosa, poi?
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  • sandra z |

    Per natura possiamo essere fatti in un modo o in un altro, essere predisposti al multitasking o no, essere veloci o riflessivi o veloci/riflessivi al tempo stesso. Per natura possiamo essere questo e molto altro. Ma poi arriva il mondo del lavoro, e come sei un po’ te lo devi dimenticare. E’ vero, tutti cerchiamo il contesto lavorativo che più ci piace e più ci somiglia, tutti cerchiamo di non uscire dai panni nostri per il solo fatto che lavoriamo; ma poi arriva l’incontrovertibile fatto che magiare si deve, e con continuità, per cui quel che il lavoro ci chiede noi più o meno lo facciamo, almeno in attesa di trovare o costruire di meglio. E così va a finire che non si procrastina nè si pospone, anche se ci piacerebbe e sarebbe nella nostra natura, specialmente se lavoriamo da dipendente, a qualsiasi livello: ti stanno con il fiato sul collo, pretendono, che le risorse sufficienti ci siano o no, che quel che è da fare sia fatto, e sempre con maggior velocità, e sempre meglio. In caso di problemi di performance, a volte la mettono sul personale: il problema sei tu. Non sei abbastanza attaccato all’azienda, hai una chiara mancanza di motivazione, non resisti allo stress.Mmmh.. No, non vai bene. Altre volte, capiscono il problema, specialmente in momenti come questi, in cui di nuove risorse proprio non si può parlare, e allora ti chiedono di non mollare, di aiutarli a traghettare oltre il momento, di tenere duro. In ogni caso, non sei tu che scegli, mai: è il contesto in cui ti muovi che lo fa. L’azienda per la quale lavori, i tuoi clienti. Ed è un bene se il ritmo imposto è il tuo, quello che per natura avresti; in caso contrario, devi gestirti le conseguenze dello snaturamento cui sei sottoposto. Una sola cosa io chiedo: sulla procrastination ci riflettano coloro che lavorano, sì, ma ci riflettano anche coloro che danno lavoro. Farebbe loro un gran bene. Lo so, il mercato di questi concetti si fa beffe e tira a dritto come un treno: ma che i datori di lavoro ci riflettano può diventare un momento di semina, un inizio di innesto di fiori di campo in un albero geneticamente modificato. Salutations.

  • simon |

    Il concetto non cambia: la necessità di ottimizzare il tempo.
    A cambiare tra le due prospettiva è il modo in cui questo concetto viene declinato.
    Si tratta di trovare il giusto equilibrio tra operatività (produrre, fare, muoversi, scrivere, parlare, incontrare) e riflessione (come produco? come scrivo? come parlo? come condurrò i miei appuntamenti?).
    L’ operatività è il lavoro in quanto tale, da farsi in uffico o in trasferta.
    La riflessione è invece trasversale, coinvolge il tempo in uffico ma non solo.
    Molte volte mi capita di posticipare il lavoro operativo e prendere del tempo per me: distrarmi, in palestra, con gli amici, la ragazza, e trovare in questo modo quegli stimoli e anche quella creatività che una mente oberata da impegni forse non produce.
    Perciò, W LA PROCRASTINATION!

  • paola |

    Amici, il post di oggi mi ha “toccato” (anche se questo è il blog più interessante fra i blog e leggo ogni giorno i vostri contributi): sto vivendo lontana da casa per tre mesi diciamo “sabbatici”, anche se non so bene cosa voglia dire, ma ci siamo capiti, credo. E’ la prima volta nella mia vita (di lavoro+famiglia+figli eccetera) che devo organizzare il mio tempo … in libertà. Foglio bianco da riempire ogni giorno. Non è scandito da altro che da me stessa: una fortuna che è nata da un licenziamento. Procrastination… beh, è difficile, perchè siamo – almeno sono o ero – così vincolata al binomio non precare tempo=fare bene il proprio lavoro, che fatichiamo ad ammettere, anche con noi stessi, che è importante capire cosa è il tempo ottimizzato. Il senso di colpa: c’è, inestirpabile, come se pensare non fosse agire, eppure è così: troppa competizione, forse, e allora la crisi (o i licenziamenti) possono davvero servire a riflettere, a rimodellare, ma se poi le aziende chiedono gli stessi stereotipi efficienza+velocità e come dice il nostro coach prendersi tempo diventa perdere tempo ( ai loro occhi), come facciamo?
    Scusate la vaghezza e l’imprecisione ma per l’appunto sto tentando di rimodellare le mie giornate e ho scoperto che il pensiero vaga…
    Paola Calvetti

  • omero |

    andate su http://www.voglioviverecosi.com/ , fra le altre voci c’è un articolo sul vivere di redita” e sulla “decrescita” del proprio status per soddisfare finalmente le proprie esigenze effettive
    anke moltre altre voci sul “cambiamento”
    più si legge di ciò e meno si ficca la testa nel sacco della paura e dell’immobilismo che , forse, molti hanno interesse a farci indossare

  • pierluca mancuso |

    nella mia adolescenza, quando “prendevo del tempo” leggevo i fumetti di charlie brown e mi ricordo una vignetta che già all’epoca prendeva in giro con snoopy la frenesia degli “uomini d’azione”.
    faceva pressapoco così:
    “oggi ho preso 34863 decisioni”
    “tutte sbagliate”
    🙂
    pierluca mancuso

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