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Mille euro / Generación noqueada: i giovani spagnoli al K.O.

Final_epoca
Ritorna l'occhio sulla Spagna di Lucia Magi che ci riporta e commenta un articolo uscito su El País sulla generazione 25-30, la più formata e preparata della storia,ma quella che affronta il mercato del lavoro più complicato….Non è per dire "guardiamo chi sta peggio". Tutt'altro. Il dato di fatto è, come scriveva Irene Tinagli sulla Stampa qualche giorno fa  "Negli Stati Uniti, così come in Inghilterra o in Spagna, il tema viene costantemente affrontato sui giornali e sui media da economisti e politiche…In Italia invece il fenomeno della disoccupazione giovanile non sembra destare troppi allarmi tra i policy makers". Nel clima pasticciato pre-elettorale, per usare ll'espressione colorita di Irene Tinagli, occuparsi dei grandi temi, che sono i grandi problemi, è un esercizio di attenzione da rimandare a un altro momento. Ma quale, ma quando sennò?
di Lucia Magi .-  C’è la storia di Alberto Hernández, disoccupato di 29 anni, che prima era agente finanziario (intendasi prima del 2007, prima della crisi, prima che la bolla dell’economia spagnola scoppiasse in faccia ad un paese che si era creduto redento, dopo i faticosi anni della transizione democratica). C’è María Dolores Rentero, 34 anni, che ha fatto di tutto nella vita, da donna delle pulizie, a operaia in una fabbrica di auto, da addetta alle piscine municipali a giardiniera. Sempre precaria, ma sempre con un lavoro. Disoccupata, vive dello stipendio del marito in un piccolo appartamento (con mutuo). C’è Josefa García Garrido, anni 26, che ha lavorato come teleoperatrice fino all’anno scorso e ora campa con un sussidio di disoccupazione di 420 euro.
  Poi Beatriz Rivero, 27 anni, laurea, master, tre lingue, iscritta al collocamento dopo aver perso l’ultimo lavoro in una agenzia pubblicitaria. E ancora: José García, 23 anni, educatore sociale senza lavoro. Sono ritratti che descrivono la situazione di una generazione intera. Come tessere di un mosaico. Il mosaico della Generación noqueada, come si intitola un reportage appena uscito su El País ) che parla proprio di loro, le giovani braccia perdute (per non parlare dei loro cervelli e delle loro speranze) di un paese imbalsamato dalla crisi economica, dove il 93% dei posti che sono saltati dalla fine del 2007 appartenevano a persone fra i 16 e i 35 anni (dati dell’istituto nazionale di statistica). E noqueado è un aggettivo potente, di quelli che fanno capire tutto. Viene dall’inglese to knock out. È la traslitterazione al castigliano di quel momento, durante un incontro di boxe, in cui uno dei due pugili è messo fuori combattimento dall’altro, cade e non si rialza. K.O. E la partita finisce.



Sono due, tre, una manciata, le storie dell’articolo. Raccontano il sogno spezzato di un milione e settecentomila persone in tutto il paese: una generazione intera, nata e formata nella democrazia, abituata a vivere bene, in casa dei genitori, di solito, ma non sempre. Giovani donne e uomini che sono cresciuti nell’epoca più prospera per il loro paese, che hanno dato i primi passi nel mondo del lavoro dopo la crisi degli anni novanta, quando il lavoro c’era per tutti. Magari instabile, magari poco pagato, ma c’era. La crisi li ha sacrificati.
Gli ultimi arrivati, i più deboli, quelli che ancora non hanno una famiglia da mantenere, quelli che ancora non occupano posti chiave nelle imprese, sono stati i primi a preparare gli scatoloni e a tornarsene a casa. La generazione dei loro genitori e quella dei loro fratelli maggiori hanno perso ‘solo’ 120.000 posti di lavoro. La crisi in Spagna pesa sulle spalle dei minori di 35 anni, che non sembrano avere voglia né motivazione neanche per fare rete e alzare la voce. Niente e nessuno li rappresenta. Non sono iscritti ad alcun sindacato. Scarsa la partecipazione anche ad associazioni meno istituzionali. Sembra essersi incrostata nella loro testa l’idea dell’inutilità. La convinzione che, tanto, lo sforzo non conosce ricompensa.
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  • oski |

    Sono della generazione spagnola dell’anno 1979… lavoro ancora fortunatamente, però sono molto pessimista col futuro dei giovani nel mio paese… non cè solo una questione di crisi economica… la crisi è sociale dopo un sacco d’anni con una educazione che a ‘noqueado’ ai giovani..comunque, cè anche un’altra generazione noqueada che preoccupa persino più: la generazione politica attuale in Spagna (30-40 anni). loro non sono davvero pronti per cambiare il panorama. È una brutta combinazione che fa difficile riuscire una riposta sociale originale contra la crisi

  • Luisa |

    L’articolo sui giovani spagnoli e sulla loro mancanza di aspettative ha suscitato in me molta tristezza. Tra giovani spagnoli e italiani o di altri paesi non c’e’ differenza; il problema e’ lo stesso e le sofferenze legate alle aspettative negate pure. Non penso solo ai miei figli,che fortunatamente hanno dei genitori che possono aiutarli, ma a tutti i milioni di giovani che non possono contare neanche sull’aiuto dei propri cari.
    Cerco di essere ottimista, ma e’ sempre piu’ difficile!

  • Rosanna |

    e meno male che queste cose le dice una rappresentante della generazione interessata come Lucia, non una over40 come me..che le condivide in toto! Grazie a tutti per l’animato dibattito

  • lucia |

    Sono molto d’accordo con Arianna o Cristina, con chi, insomma, è preoccupato per la mancanza di solidarietà ed empatia fra i giovani. Siamo tutti sulla stessa barca, si dice e si ripete, anche se forse in Spagna se ne parla di più che in Italia. Ad ogni modo, questo non sembra unirci (la generación esiste solo nei giornali, sembra), ma anzi ci atomizza, ci fa piccole isolette lamentose e arrabbiate che solo si sdegnano ma poi si accontentano di tutto. Perché c’è sempre qualcuno che pretende meno di te, uno che fa una collaborazione gratis per fare curriculum, o simili…purtroppo non ho molte soluzioni. solo, pongo il problema.

  • Tasso |

    @giorgio
    giustissimo quello che dici, parifichiamo la ricchezza globale, crolleranno disparità sociali e invidie, tutti staremo meglio.
    Il problema è che qui si parlava di DIRITTO AL LAVORO che, venendomi a mancare, mi mette nella madesima condizione di un garzone del the di Bombay ma con la sfortuna di vivere in un paese “ricco” con un costo della vita molto più elevato.
    Quindi questa “rivoluzione” non la si può chiedere solo ad una generazione, la mia, “che tanto siete giovani.. volete tutto subito?” non imponendola a tutti trasversalmente.
    E soprattutto deve essere una rivoluzione che riduce i costi, i balzelli, i magna magna, riequilibra il numero di chi fa rispetto a quelli che ne parlano.
    Poi non credo neppure che i paesi poveri stiano portando la bilancia al pari di quelli occidentali.
    straccioni erano e straccioni ce li lasceranno.
    Il problema è che in quei paesi la ricchezza si è concentrata in poche mani (spesso di multinazionali occidentali) che sfruttano manodopera a bassissimo costo (quello che dovremo diventare pure noi, secondo l’opinione del “tutti più poveri, ma tutti”) e investono dove ancora c’è da investire perchè non c’è nulla.
    Io chiedo solo che, se voglio una casa, la casa abbia un costo proporzionale ed equo al mio guadagno.
    Che accetterei fosse anche ridotto purchè sia sufficiente ad un tenore di vita dignitoso in questo paese.
    Poi chiedo, soprattutto, di lavorare.
    Mai ambito a nuotare in un salvadanaio di dobloni d’oro mentre i poveretti mi guardano, nasi spalmati al vetro, come i bimbi di Dickens davanti alle pasticcerie di Londra

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