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JobFiction a Venezia /”The hurt locker” di Kathryn Bigelow racconta la guerra nelle organizzazioni pacifiche (per esempio le aziende?)

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  Venezia 2008 – concorso
Film: The hurt locker, di Kathryn Bigelow (USA)
Valutazione:quattro badge [straordinari (o)]

4 badge
 

di Marco Lombardi. “La furia della battaglia genera una dipendenza fortissima … la guerra è una droga”, dice la regista Kathryn Bigelow ad inizio di questo suo nuovo film, a distanza di ben 6 anni dal suo ultimo, “K-19”. La spiegazione di tale incipit è presto spiegata: “The hurt locker” racconta la guerra in Iraq mettendoci dentro il campo di battaglia, con tanto di esplosioni-fughe-attacchi-imboscate-colpi di mitraglia-soccorso ai feriti-lacrime-fango-caldo-follia. Lo fa peraltro in maniera molto particolare: da un lato perché ci fa vivere il tutto a partire dallo sguardo di una squadra EOD – Explosive Ordinance Disposal, deputata alla ricerca e alla neutralizzazione delle bombe sparse un po’ dappertutto (nelle auto-sottoterra-fra le pieghe dei vestiti delle persone); dall’altro perché ci fa provare la demoniaca ebbrezza del conflitto, proprio come c’aveva detto a inizio film, con quella frase sibillina. Che così non corrisponde ad un semplice proclama socio-politico, bensì ad un’anticipazione di quella che sarà una vera e propria esperienza dello spettatore, un po’ sulla scorta – peraltro da un punto di vista più attivo – dei primi venti minuti di “Salvate il soldato Ryan”, di Stephen Spielberg.
Quasi tutti, qui al Lido, hanno vissuto il film in maniera letterale, ovverossia come un’esperienza di guerra vera, ma noi … noi di JobTalk, che ci sforziamo di andare al di là delle apparenze, abbiamo visto nella (bella) pellicola della Bigelow una rappresentazione della guerra umana tout court, in particolare di quella particolarissima guerra che si svolge in certe organizzazioni pacifiche chiamate aziende.
Mutatis mutandis … il teatrino d’impresa non è infatti così diverso da quello strettamente bellico. Che succede, infatti, tra un ufficio e l’altro? Che qualcuno pone delle bombe chiamate sgambetti-tradimenti-lavori non di squadra-soffiate-eccetera, qualcun altro ci casca, poi arriva qualcun altro ancora – leggasi direttore di funzione, od amministratore delegato che sia – il quale, proprio come i soldati americani che disinnescano le bombe in Iraq, appiana il conflitto, suggerendo armistizi più o meno duraturi. Ma il piacere perverso del conflitto, o della cordata, o del semplice far del male a qualcun altro, finisce poi per prevalere ancora, così da farci sembrare il tutto una specie di declinazione di uno dei massimi principi di Keynes, l’inventore della macroeconomia, che disse che per aumentare il prodotto interno lordo di un paese basterebbe assoldare delle persone che scavano delle buche ed altre che dopo le riempiono. Così succede nelle imprese, dove il gusto della guerra – un po’ come quando si era bambini – finisce per prevalere su tutto. Ma quanto le nostre imprese/le nostre nazioni sarebbero più ricche se tutto questo popò di energia venisse utilizzato solo per costruire e costruire e costruire, e non per distruggere e poi ricostruire?