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Maratona d’amore e//è lavoro: Segnali & segnalibri: la cronaca vista dal loggione

Iomaratonadamore
Pazientate ancora per la playlist e per le foto, maratoneti d'amore e//è lavoro. Questa piccolina l'ha messa Emanuela Zocchi su Fb, grazie! Oggi intanto abbiamo la cronaca arguta da loggionista di Fabrizio Buratto, ottimo punto di osservazione di gesti e stati d'animo (ma mica gliel'ho detto io di stare nel loggione…)  
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di Fabrizio Buratto.- “Ma si può leggere anche senza avere scritto un libro?” Mi domanda una signora arrivata verso le 17, mentre al microfono si alterna casualmente un’infilata di scrittori che legge un brano del suo libro o quello di un “collega”. La rassicuro, allora la signora prende coraggio, avanza di qualche sedia e dopo una ventina di minuti alza la mano. Eccola al microfono: il passo che ha scelto è troppo lungo, come mi aveva preannunciato, però non sa dove tagliare – le dispiace – e allora lo legge tutto d’un fiato. Agli uditori prende l’ansia e poco arriva del senso delle sue parole. Eppure quella persona ha comunicato molto alla platea: il suo stato d’animo, la volontà di esserci e leggere proprio quel brano, e proprio tutto!
Ciascuno dei 50 lettori che si sono alternati, durante il lungo pomeriggio di sabato, alla libreria Mondadori di Piazza Duomo nel corso della “Maratona d’amore e//è lavoro”, ha lanciato segnali tra le righe nella scelta del passo declamato, nel tono della voce, nell’atteggiamento prima durante e dopo la lettura. Interessante. E divertente. Si prova empatia per chi sta leggendo perché si sa: mentre si raggiunge il leggio il cuore accelera, la voce non è più sicura come quando a casa, in metropolitana o poco prima seduti al posto, si era riletto il passo per la quinta, la decima volta.
Le regole premesse da Paola Calvetti, con Rosanna Santonocito ideatrice della maratona, erano chiare: nome, cognome, autore e titolo del libro. E poi via a leggere. Ma davanti a quel microfono, che pure lui di tanto in tanto mostrava cedimenti e si afflosciava su se stesso, c’è chi si lancia subito nella lettura dimenticando di presentarsi, chi fa una premessa più lunga del brano che sta per leggere, chi omette il titolo, chi va fuori tema perché gli interessa comunicare uno stato d’animo, il suo.
C’è chi vorrebbe leggere subito, la sua tattica consiste nel non accomodarsi in platea, ma nello scivolare rasente al muro come un marines che punta l’obiettivo per arrivare ad alzare la sua manina proprio davanti agli occhi delle madrine; altri, invece, rimangono seduti due o tre ore, il libro in grembo senza fare un cenno, nella speranza recondita di non venire chiamati, come a scuola.
Suonano le parole di De Andrè e Bob Dylan, pur senza musica, ma suonano soprattutto i versi delle poesie, e trattando d’amore c’era da aspettarselo. Poche quelle di autori noti – immancabile anche questa volta la Szymborska – parecchie quelle tirate fuori dal cassetto, ahimè per l’occasione.
Anche nella prosa c’è chi propone brani fuori catalogo: spunta il testo di una certa Barbara letto dal marito, dunque non si tratta della Barbara di Prévert, e ad un certo punto spunta il sesso, quello fatto con amore e quello fatto alla Bukowski.
 A leggere i brani piccanti sono soprattutto signore e signorine, sicure di sé, mai volgari. I maschietti, più timidi, si limitano ad un commento fra di loro, una risatina, un ammiccamento. Segnali. Fuori dalla porta, gli atleti della maratona che hanno già letto e scaricato la tensione prendono una boccata d’aria, alcuni fanno conoscenza perché hanno scelto lo stesso libro o lo stesso autore. E capita anche di parlare con una tale o un tale che, prima di allora, era solo una firma su un giornale, un libro, un sito, un blog. Comunicazione senza interfaccia, se non quella delle parole dette. E della faccia.