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JobFiction / Con la testa “Tra le nuvole”, a tagliar le teste di quelli di sotto. Anche questo è un lavoro. E George Clooney ci mette la faccia

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Com'è che il direttore Hr da qualche anno  a questa parte è diventato un personaggio degno di frequente rappresentazione nel cinema al pari di medici, avvocati, scienziati, giornalisti, agenti segreti, segretarie…?Sarà che il lavoro in azienda è diventato il tipico teatro della commedia umana di oggi, o un luogo dell'immaginario, spesso paradossale ("Il grande capo") , talvolta sadico ("Il tagliatore di teste" o "Volevo solo dormirle addosso"), e il direttore Hr incarna il cattivo cinematografico del nuovo tipo.? Anche quando, come in questo caso, ha le mirabili sembianze di George Clooney, l'uomo a cui tutte ruberemmo un caffè….Per le estimatrici, le immagini cliccandoci su si ingrandiscono…
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Tra le nuvole (Up in the air): regia di Jason Reitman
Parola chiave: esuberi
Professione: tagliatore di teste
Ambientazione: Stati Uniti
Genere: commedia amara
Trailer: http://www.youtube.com/watch?v=aCQMr9koQm8
di Fabrizio Buratto.- “Dopo trent’anni di lavoro in questa azienda mandano un idiota come lei a dirmi che non ho più un lavoro?” L’idiota in questione è Ryan, un tagliatore di teste di mezza età interpretato da

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George Clooney. Si sente spesso dire che la crisi può essere un’occasione. E’ vero. Alcune aziende americane hanno preso l’occasione al volo per fare una bella scrematura di risorse (umane), meglio se con una buona anzianità alle spalle. Ma per dare il lieto annuncio si servono di società specializzate, di tagliatori di teste professionisti che vivono sugli aerei spostandosi da una parte all’altra degli States. “Questo è il nostro lavoro. Prendiamo persone in un momento di fragilità e le mandiamo alla deriva”, spiega Ryan alla rampante ventitreenne cui deve insegnare il mestiere (Anna Kendrick), mentre alle conferenze dove è chiamato a formare i futuri tagliatori di teste suole presentarsi con il suo zaino. Prima regola, viaggiare solo con bagaglio a mano: “i rapporti sono la parte più pesante della nostra vita. Più lentamente ci muoviamo, più in fretta moriremo. Non siamo cigni, siamo squali.”
 Forte di queste convinzioni, il fascinoso Ryan risulta imperturbabile anche quando le persone che sta licenziando gli mostrano le foto dei loro figli, scoppiano a piangere, minacciano il suicidio o gli domandano: “riesce a dormire la notte?” A minare le sue certezze arriva una donna (Vera Farmiga) con la quale incomincia una relazione occasionale a seconda di dove li porta il lavoro. Affascinante  e sicura di sé come Ryan, come lui sempre in viaggio, come lui amante dei benefit di cui godono i frequent flyers. Insomma, come lui: “pensa a me come se fossi te con una vagina”, gli dice al telefono. Ecco la donna che concepisce la carriera e il lavoro alla stregua di molti uomini con scarso o nullo senso etico. Perché il punto è non solo domandarsi se il proprio lavoro abbia senso, ma se abbia un senso etico. Ryan, come molte persone, s’inganna per andare avanti: “quello che facciamo è orrendo, ma c’è una dignità in come lo  facciamo”.



Areoporto
Con queste parole vorrebbe convincere il suo capo a non accettare l’idea rivoluzionaria proposta dalla sua allieva per far risparmiare soldi alla società: licenziamenti in videoconferenza. Niente più voli, nessuno più tra le nuvole, tutti a terra con le cuffie in testa come in un call center.
 Il test è ok. Il licenziato messo di fronte alla webcam presenta una reazione tipica: scuote la testa, accetta il verdetto, scoppia a piangere e se ne va. Tornato per forza di cose con i piedi per terra, Ryan partecipa al matrimonio di sua sorella in compagnia di quella donna tanto uguale a lui, e per la prima volta sente il desiderio di metter su famiglia. Ma quella donna si dimostra più simile a lui di quanto egli stesso non creda, mentre la giovane apprendista se ne va dopo il suicidio di una donna licenziata insieme a Ryan.    
  Il Golden Globe per la sceneggiatura ottenuto dal film rafforza la sensazione che di rado al cinema si ascoltino dialoghi tanto vicini alla realtà. I personaggi parlano e agiscono come la gente comune, forse perché la vicenda è tratta dal romanzo di Walter Kirn “Up in the air” e non sceneggiata a partire da un soggetto di poche righe. Gli attori sono molto bravi, e il regista sembra ispirarsi a Robert Altman nel tratteggiare ambienti e situazioni capaci di raccontare uno spaccato storico-sociale con verosimiglianza documentaristica.

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  • Generazione P |

    Film bello, intelligente e “tagliente”. Una denuncia perfetta contro il cinismo di alcune pratiche anziendalistiche dove licenziare può diventare una vera e propria disciplina con tanto di apprendimento, procedure e tecniche.
    Gli individui che praticano tale disciplina, uomini o donne che siano, smettono di essere individui ma delle ombre indefinite che regalano illusioni spaciandole per certezze.
    Ma di questa macchina cinica si può cadere vittime. Questo succede alla giovane apprendista che soltanto liceziandosi a sua volta recupera l’umanità perduta….

  • Tony |

    E’ esattamente la situazione in cui mi trovo.
    Ambiente Multinazionale (lavoro lì da 5/6 anni), arriva in qesta bistrattata filiale italiana un “mercenario” francese, via UK, Olanda, Costa d’Avorio, Giappone.
    Ho 56 anni, innanzitutto in ottica di riduzione costi mi viene tolta la vettura (berlina medio-alta molto confortevole e superaccessoriata), benefit aziendale a costo pieno per l’azienda, poi inizia il demansionamento e la dequalifica, sino a propormi : vattene via che ti faccio avere 2 anni di stipendio lordo.
    Ci penso un po’ sorridendogli al colloquio (a me di anni ne mancano più di 8 per arrivare ad una pensione decente).
    Non intendo neppure rispondergli quando, dopo una settimana, mi arriva e-mail perentorio chiedendomi un riscontro.
    Rispondo ironicamente che siamo così distanti tra quello che offre l’azienda e quello che intendo io come buonuscita, che non ritengo neppure possibile intavolare una trattativa. Silenzio assoluto almeno sinora. Però gli uffici legali stanno affilando le armi (e il mio ha pronto una bella documentazione che dimostra mobbing e atteggiamento discriminatorio).
    Nel frattempo il mio impegno nelle cose aziendali è volutamente crollato a zero : non intendo più aiutare il boia che mi viene a stringere il cappio al collo. Metto praticamente in atto uno sciopero bianco.
    Fortuna inoltre…che sono anche discretamente ricco, e sostituisco, nel parcheggio dove posteggiavo, la mia ex-Audi aziendale con una Porsche Carrera nuova fiammante, giusto per dare un segnale di quelle che sono le mie esigenze economiche (i due anni di stipendio infilateli in…..c..o)

  • doctor eko |

    Bella frase: “Perché il punto è non solo domandarsi se il proprio lavoro abbia senso, ma se abbia un senso etico”.
    Tutte le Business School e tutti i libri di management e strategia si basano sul modello neoclassico di massimizzazione dei profitti degli azionisti nel lungo termine, ma forse è veramente giunto il momento di contrapporre a questo modello l’idea che le aziende debbano restituire al benessere collettivo parte dei propri profitti e soddisfare prioritariamente gli interessi dei collaboratori interni ed esterni (dipendenti e fornitori).

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