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Cre-Attivi /Che fine ha fatto il futuro?” Non sarà più “quello di una volta”, ma di chi potrà accedere al sapere. Facebook compreso…

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di Fabrizio Buratto.- “Il tempo è la categoria più immediatamente percepibile e quindi la meno arbitraria dei dati simbolici.” Il sole sorge e tramonta, per secoli il lavoro dell’uomo è stato scandito da questi due momenti, oltre che dal succedersi delle stagioni. L’antropologo Marc Augé, nel suo ultimo saggio edito da Elèuthera “Che fine ha fatto il futuro? – dai nonluoghi al nontempo”, parte da queste considerazioni apparentemente banali per spiegare come la percezione del tempo, e con essa quella del futuro, sia cambiata come tutto il resto, negli ultimi anni.
Le culture dell’immanenza regolano il tempo mediante il suo fratello, lo spazio, attraverso il quale strutturano il complesso sociale. Ecco le norme di residenza, i sistemi di divisione in classi, lo spazio pubblico e lo spazio privato, quello sacro e quello profano. Ma che succede se lo spazio delle merci diventa lo stesso in tutto il mondo (globalizzazione) e lo spazio di condivisione diventa virtuale, diventa Facebook? Niente spazio, niente tempo.
L’ideologia del presente s’impone mentre “il nuovo spazio pubblico planetario non è ancora nato”. Perché la globalità di Internet “produce effetti di omogeneizzazione, ma anche di esclusione.” O dentro – omologati, o fuori – esclusi. Se arriverà qualche commento a questo post, sarà da parte di qualcuno che fa parte di questo mondo. Gli esclusi ne sono fuori, o perché anziani o perché sottoacculturati e quindi poveri, e di conseguenza fuori dal mercato, anche da quello del lavoro, almeno da quello istituzionale.
“Questo inizio di secolo è caratterizzato, oltre che da una crescita dello scarto tra i più ricchi dei ricchi e i più poveri dei poveri, anche da un allargamento da chi dispone di conoscenze e chi non ne dispone”. Il più grosso paradosso del nostro tempo individuato dall’antropologo francese sta proprio in questa forbice che, invece di restringersi grazie ai progressi tecnologici e scientifici, tende ad allargarsi cosicchè “gli esclusi dalla conoscenza potranno essere semplici consumatori, o essere esclusi sia dal sapere sia dai consumi.” La proposta di Marc Augé si trova nel capitolo conclusivo del saggio, intitolato “Per un’utopia dell’educazione.” Il presupposto è vecchio perché sempre valido: il patrimonio più grande per l’uomo è la cultura. La somma di tanti saperi elevati conviene a tutti: “Se l’umanità fosse generosa, capirebbe che la condivisione dei beni è per lei la soluzione più economica.”
Secondo una recente inchiesta della National Science Foundation pubblicata da “Le Monde”, solo la metà degli americani sa che la terra ci mette un anno a fare il giro intorno al sole. E non stiamo parlando degli indigeni della Nuova Guinea. Il mondo descritto da Augé, tutt’altro che fermo, “è in piena eruzione storica. Nel giro di pochi anni, l’idea di quello che possiamo fare dell’universo, ma anche dell’uomo, sarà completamente stravolta.” Il futuro, dunque, arriva sempre più velocemente, e oggi più che mai appartiene a quanti riescono ad accedere al sapere. Tutti gli altri vivono e lavorano già nel passato.