Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

JobManga / Stagisti d’ Oriente: quando la formazione professionale e il codice del samurai sono parenti (e non troppo lontani)

L'esperta di manga di JobTalk ci propone un tuffo nella filosofia della formazione in Giappone e, più in generale in Oriente:

Formazione_1
interessante è quello che Liliana chiama "il concetto di errore"…che cosa  pensano in propositio gli stagisti estivi?
di Liliana Bossi.- “… Non ci prendiamo neanche più la briga di sgridare chi se lo merita.” in questa frase, pronunciata dal Direttore di “Jidai” nel fumetto Tokyo Style di Moyoco Anno, è racchiusa tutta la filosofia orientale della formazione sia come educazione scolastica sia, soprattutto, come formazione professionale.
Il concetto di apprendimento che sta alla base è il rapporto tra Sempai (l’anziano, colui che ha esperienza) e Kohai (il giovane, colui che deve fare esperienza).
Questo dualismo permea tutta la struttura sociale orientale e trova in Giappone una delle sue massime espressioni.  E’ compito del Kohai servire il Sempai, seguirne le direttive con umiltà, deferenza e attenzione. E’ compito del Sempai insegnare al suo Kohai utilizzando l’esempio e il rispetto per la tradizione. Vista in quest’ottica è una relazione non molto diversa dal rapporto esistente nella cultura occidentale tra Maestro e Allievo che, nel lavoro, si estrinseca nell’avere un modello e seguirlo facendolo proprio fino a personalizzarlo su se stessi.
Un buon esempio di questo sono i “mestieri artigiani” dove l’artigiano insegna all’apprendista, oppure le professioni “opera dell’ingegno” – tra cui anche il giornalismo stesso – dove il più esperto è modello per i nuovi. Le differenze nascono, ovviamente, nell’applicazione pratica dei modelli e nei metodi utilizzati. In occidente, infatti, l’apprendistato è regolato da varie forme contrattuali e il lavoro dallo statuto dei lavoratori che regimenta una serie di comportamenti. 
Formazione_3

In Oriente, in Giappone soprattutto, la formazione – o apprendistato – è regolata dall’utilizzo di comportamenti comuni che si rifanno in modo indiretto all’antico codice dei samurai. Formare una persona significa infonderle prima di tutto il senso dell’onore e la vergogna per l’errore. Per perseguire questo fine, ogni metodo è lecito, compresi urla, insulti e punizioni corporali.
Emergono quindi chiare due differenze fondamentali tra Oriente e Occidente: una, macroscopica, sta nel metodo usato, l’altra, più sottile, consiste nell’approccio mentale al lavoro e al concetto di errore.
In Occidente, soprattutto negli USA, sono stati spesi fiumi di inchiostro sul concetto di errore come catartico e come nuova possibilità per imparare e “fare” esperienza: basti citare Drucker e i suoi manuali di management che spopolano nel Paese a stelle e strisce. L’errore non deve spaventare, ma essere trasformato in un’occasione per apprendere.
In Oriente è esattamente il contrario: sbagliare è un modo per essere imperfetti e, in un Paese che fa della perfezione di un singolo gesto lo studio di una vita – un esempio per tutti è lo studio della cerimonia del Te – l’errore rappresenta un momento di disarmonia e come tale va mortificato e represso.

Formazione_4
Quanto al metodo, in Giappone non esiste il concetto di mobbing come in Occidente e la legge sulle molestie sessuali è recente (fine anni 80/inizio anni 90, in questo simile all’Italia) per cui ogni comportamento giudicato utile o necessario a correggere e a insegnare è considerato lecito e moralmente giusto. Un Sempai che non corregga il suo Kohai viene meno al suo impegno e al suo dovere e, come tale, commette a sua volta un errore.
Inoltre, la cultura Orientale (in questo nessuno dei Paesi del Sud-Est Asiatico presenta significative differenze) è particolarmente impregnata del modello maschile-patriarcale che mette al centro la cura e il farsi carico del proprio gruppo. Questo modello viene quindi trasportato anche all’interno del mondo professionale: “…
Rimproverare qualcuno significa preoccuparsi per lui, farsi carico di lui…“ dice ancora il Direttore della rivista Jidai in cui è ambientato Tokyo Style. Questo modo di vedere le cose non è molto diverso da quello occidentale se non fosse per il fatto che, spesso, è accompagnato da azioni violente “…Mi ricordo di quella volta che il mio vecchio capo mi tirò un portacenere in testa gridando «ti ammazzo»… dovettero mettermi i punti… e avevo troppa paura per denunciarlo come un infortunio sul lavoro…” ricorda un altro collega nello stesso fumetto.
Per riassumere: errore come mancanza di perfezione, necessità di insegnare l’umiltà e il senso dell’onore con ogni metodo, paura di ammettere di aver sbagliato perché imperfetti. Sono queste sono le tre aree macroscopiche in cui si muove la formazione professionale in Oriente, che crea personale efficiente, con alto senso di responsabilità sociale ma creativamente represso e personalmente spesso fortemente insoddisfatto. Perché l’individualità come tale non è mai un pregio ma un tassello mancato dell’incastro perfetto rappresentato dal Bushido, il codice dei samurai, abolito in Giappone a favore di un corpus legis solo negli anni 70 del XIX secolo, dopo una storia di quasi 2000 anni.
Credete davvero che sia possibile esautorare questa tradizione millenaria del Bushido dagli usi e dalla mentalità comune in solo poco più di 200 anni? Personalmente sono persuasa di no, ma si accettano scommesse.