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JobDonne / Continuità d’impresa da padre in genero: perchè con le figlie deve essere un problema?

Arezzod
 In Italia, ma anche in Europa, il problema della continuità d’impresa si sente, e si sente soprattutto quando il “trasferimento” dell’azienda familiare  riguarda le donne. Presentazione “open air”, ad Arezzo, il 23 luglio, nel Giardino Pensile del Palazzo della Provincia, dei risultati del Progetto promosso dalla Commissione Europea: Donna cerca Impresa in Europa. All’appello comunitario in Italia ha risposto l’I.D.I, l’Istituzione dei Distretti Industriali della Provincia di Arezzo.I partner europei  per il  confronto con l’esperienza italiana, sono stati gli enti di formazione e ricerca e le associazioni di rappresentanza Imprenditoriale femminile della Repubblica Ceca, Romania, Polonia e Slovenia. Antonella Appiano si è fatta raccontare tutto..Grazie Antonella, di aver linkato i blog e i siti che citi nel, su JobTalk facciamo così, perchè così vuole la correttezza e nei blog veri questa è la regola…
Antonella Appiano. Per capire le ragioni del progetto, parlo con  Anna Zannino- amministratore della società di consulenza Kaos- che ha realizzato l’indagine sul territorio aretino. Precisa e autorevole, ha il grande merito di usare un linguaggio chiaro, pratico. Così l’intervista si trasforma in racconto piacevole. Uno spunto su cui riflettere.
“In Italia e in Europa, molte piccole e medie imprese- spesso familiari- sane e quindi potenzialmente rilevabili, cessano l’attività per mancanza di passaggio generazionale diretto. Nel nostro Paese, il problema è particolarmente sentito perché più del 60 per cento dei titolari di piccole imprese hanno in media, 57 anni. Ma anche l’Europa, in questo campo, non canta vittoria”. Esiste insomma il problema “della continuità d’impresa? “Sì e soprattutto quando il “trasferimento” dell’azienda riguarda le donne.  Se l’erede è figlia femmina il padre preferisce lasciare il “bastone del comando” al genero”.
Ci risiamo. Ancora. Ma perché mi stupisco? Anche nell’articolo del Washington Post, riportato da Womenomics ho appena letto l’ inappellabile sentenzia di una recente inchiesta. L’uomo è più incline alla competizione e ad assumere rischi, la donna è portata alla collaborazione, alla prudenza. Quindi?  “Lo scenario della piccola impresa aretina mette in evidenza tradizione e stereotipo.Quando le donne sono impegnate in azienda si occupano di amministrazione, gli uomini degli aspetti tecnico produttivi o commerciali”.
Speriamo che non sia femmina, allora?  Sorride “A volte il figlio maschio non basta. Ormai la seconda generazione fa spesso scelte diverse. Il figlio del titolare di una piccola impresa di autotrasporti magari ha studiato medicina e non ha nessuna intenzione di proseguire l’attività paterna”.
 Anna Zannino sottolinea la differenza rispetto una precedente analisi in Lombardia.

 “Qui nella provincia di Arezzo emerge un forte legame con il territorio e la famiglia. La continuità dell’attività diventa quasi un gesto d’amore. E cita l’esempio di Erminia Romagnoli, oggi trentenne, che aveva lasciato gli studi universitari per rilevare l’azienda edile del padre. Un lavoro molto “macho”. Duro. Ha lottato per farsi rispettare ma poi è riuscita ad imporsi con ottimi risultati e un pizzico di “tocco femminile”.
Il problema della continuità d’impresa non è soltanto di genere, come abbiamo detto. Mancanza di figli, eredi che preferiscono impegnarsi in attività diverse. Uno spreco. Una perdita di occasioni.  Da una parte abbiamo strutture sane, patrimoni vitali. Dall’altra un “esercito” in cerca di lavoro.“Qui si inserisce la seconda parte del Progetto. Creare una Banca dati per mettere in comunicazione chi “lascia” con chi è“potenzialmente  interessato a rilevare”.Un’idea oggi particolarmente interessante. “La crisi economica ha messo in difficoltà molti manager sui 45 anni che si trovano senza impiego ma con una certa liquidità, competenze, esperienza. Molto più facile per loro acquisire una piccola azienda che “rientrare nel giro” come dipendenti. Buona prospettiva anche per i giovani, precari o in perenne ricerca di un “posto” e per i dipendenti della azienda stessa. Per loro il progetto prevede la creazione di una linea di credito”.
Anna Zannino parla con entusiasmo. “Per ora puntiamo a una banca dati italiana, ma -perché no?- potrebbe nascerne anche una a livello Europeo”.
E l’incontro\ confronto con le realtà dei Paesi dell’Est che hanno preso parte al progetto? “Positivo, arricchente. Sono paesi “giovani” nel campo dell’impresa. Per questo pieni di vitalità.. La Slovenia e la Repubblica Ceca- continua Anna Zannino- mi hanno colpita in modo particolare. E, le imprenditrici donne, una forza. Trasmettono carica e voglia di fare. Una per tutte. Marta Turk, 50 anni, presidente della Camera di Commercio di Lubiana, quattro figli, erede donna di seconda generazione della casa editrice di famiglia. Una donna davvero speciale”.
Rinforzi ed energie fresche? Ne abbiamo bisogno.

  • antonella appiano |

    Quanti nuovi spunti e occasioni di dibattito…@Alessia. Certo. La voglia di continuità d’ impresa nasce anche dall’ambizione, dal desiderio e dalla “passione” di riuscire a mantenere (sviluppare se possibile) negli anni un’azienda che fa parte della nostra famiglia, della nostra storia. Il problema, come sottolinei tu, spesso è l’attrito che si viene a creare fra giovane e “old” generazione. Se il lavoro ti piace,se ci tieni -come mi sembra- all’azienda familiare, non ti consiglierei mai di andartene. Piuttosto, continua a “lottare” per spiegare le tue idee di innovazione. Cerca sempre un punto d’incontro (ho amici che hanno vissuto la tua esperienza e non hanno mollato, con risultati positivi).E non aspettarti riconoscimenti “verbali”. Quelli, molti genitori old style sono restii a farli…
    @Simonetta. Tocchi un punto “dolente”. Il passaggio del testimone. Che è sempre difficile nelle piccole imprese (come emerge dalla Ricerca della Kaos e come sottolina Alessia). Per chi “lascia” e per chi “subentra”. Se i “leader” sono i genitori, spesso provano difficoltà nell’abbandonare schemi consueti e nel “fidarsi” completamente dei successori, proprio perchè figli. I figli, d’altre parte, possono sentirsi “schiacciati” dal confronto. Le soluzioni… agli esperti. Però perché non vedere in questo “nodo” il lato positivo e creativo? Una sinergia fra esperienza e innovazione. Un confronto in grado – se gestito bene- di accrescere e far crescere. Antonella

  • alessia |

    io lavoro in un impresa familiare in cui il mio papi è il mio capo e la mia mami il suo braccio destro ed io rivesto il ruolo figlia/tuttofare-non fare niente che è meglio…voi direte perchè non te ne vai? semplice l’azienda esiste da quando sono al mondo io circa trentanni, io ci sono nata, io ci sono cresciuta, io voglio continuare a farla parte della mia vita …(crisi permettendo) Ho un ottica diversa dalla loro per fare valere le mie idee lotto, ma poi quando si dimostrano più giuste delle loro nessuno mi dice brava perchè quando loro non saranno più presenti io dovrò lottare per raggiungere dei risultati e non saranno di certo loro che mi spianeranno la strada…. sarebbe antiproduttivo per me, per l’azienda e per chi lavora per noi da più di trentanni

  • Antonella Appiano |

    @Eleonora.1)Sì una Banca Dati italiana (e europea) del come quella proposta dal Progetto potrebbe davvero rappresentare una soluzione pratica e creativa.2)Purtroppo è possibile. In Italia (i dati precisi li puoi trovare su http://www.womenomics.it) fra donna e uomo esistono ancora: divario presenza-lavoro, differenza salariale. E le donne dirigenti sono solo il 13 per cento. Nell’ articolo citato (Repubblica)si legge è vero “che negli Stati Uniti le donne rappresentano oltre il 49 per cento della forza lavoro e che se la cavano meglio degli uomini anche in questa fase di recessione”. Ma appunto si tratta di realtà diverse. Se ti interessa l’argomento “influenza donne nell’economia in Italia e all’estero” su Jobtalk e womenomics troverai sempre notizie aggiornate.
    @ ancora a te e a Arnald. Condivido le osservazioni sull’eredità-figli dell’impresa. Sarebbe interessante una ricerca per vedere, anche in percentuale, successi ed insuccessi. Magari la Kaos ci farà un pensierino…
    @Elena…grazie e speriamo che il link-pensiero raggiunga anche i più refrattari. ciao a tutti. Antonella

  • Simonetta Ioli |

    Effettivamente questa problematica esiste ancora; fortunatamente in maniera meno pesante degli anni addietro.E’ ora di demolire questo luogo comune che vuole l’uomo “più disposto alla competizione e a correre i rischi” mentre la donna è “più empatica e portata alla collaborazione”. In tempi come questi, invece, servirebbero proprio queste doti per rilanciare l’economia e il commercio; studi fatti lo dimostrano.
    Oltre a ciò con il cambio generazionale non ci si pone solo il dubbio sul cambio di genere ma, per chi lascia, sale anche la preoccupazione che la persona designata riesca a sostenere il proprio operato. A sua volta, al successore, quello di essere paragonato al vecchio leader. Tutto questo crea molte insicurezze e potrebbe essere spunto di un nuovo dibattito su come affrontarlo.

  • eleonora russo |

    Anche io ho letto questo post con attenzione e interesse. Alcune considerazioni. 1)credo che in molte aree italiane, come emerso dalla Ricerca, le eredi “femmine” trovino ancora difficoltà nel veder riconosciuto in modo ufficiale un ruolo di potere.E mi domando, com’è possibile? A volte sono frastornata. Ho seguito il link proposto da Antonella e letto l’articolo su Womencomics. Ed è vero siamo alle solite. Però ho anche letto su “Repubblica” un articolo su “Addio economia del macho”. Allora? 2)Concordo con Arnald. Il talento manageriale non si eredita con la proprietà. Bisogna coltivarlo con gavetta ed esperienze in altre aziende, soprattutto all’estero. 2) Mi piace l’idea di una Banca Dati per mettere in contatto le due realtà. Ma, mi chiedo, rimarrà solo un progetto? Eleonora

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