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HRCenter / Un buon capo sa dosare i suoi elogi: l’arte di lodare i collaboratori secondo l’Ft

Ancora una volta Lucy Kellaway, la blogger mia "gemella" del Financial Times nonchè faro di irriverente saggezza aziendale nella Rete, spende una colonna cartacea e un post sull'arte di dire grazie ai collaboratori. "Abbondate in elogi e ringraziamenti per chi lavora bene. E' gratis e funziona. Eppure generalmente non si fa", scriveva già quest'inverno la Lucy, e l'avevo ripresa in un post. Oggi la commenta il JobCoach Luigi, e siamo a un passo successivo: capi, attenti agli elogi. Soprattutto, attenti a come li fate. E anche a non abusarne, rischio inflazione. Vero. Quando, ventenne, ero collaboratrice di Panorama, sezione Scienze e tecnologie, l'unico apprezzamento che ricevetti in anni di lavoro intenso dal burberissimo e accuminato responsabile Gianpiero Borella fu questo: "Ieri hai fatto un articolo da schifo. Mi sono domandato come mai, visto che di solito lavori benissimo". Me lo ricordo ancora.   
di Luigi Ballerini.- Anche l’austero Financial Times sembra intenerirsi sotto i colpi del nuovo articolo di Lucy Kellaway  : Kudos to bosses who use praise wisely, Onore ai capi che usano la lode con saggezza.
Un titolo d’altri tempi: onore, lode, saggezza, tutte parole ormai desuete, fuori moda, lontane dal nostro modo di parlare e quindi di pensare. Parole dal sapore di un’epica lontana.
La premessa: nel momento in cui la crisi economica rende difficile, se non impossibile, premiare le persone con la leva monetaria occorre pensare a forme alternative per trasmettere il nostro apprezzamento. E le forme alternative sono quelle più vecchie, gli elogi. Ma anche il semplice lodare qualcuno per un compito ben fatto non è poi così facile: se eccediamo suscitiamo una sorta di effetto tolleranza col rischio di arrivare alla saturazione e all’overdose.
Sappiamo già che questo vale anche coi bambini, se ci congratuliamo con loro ogni volta che fanno qualcosa di buono, alla fine non ci credono più e il risultato può essere contrario.
Vecchie forme, per di più con vecchi mezzi. Sempre secondo Lucy le mail non sono un buon mezzo per far sapere a qualcuno che abbiamo apprezzato la sua opera, meglio una nota scritta a mano sul caro vecchio bigliettino di carta. Il fatto stesso che qualcuno abbia usato carta e penna per complimentarsi e magari abbia pure comprato busta e francobollo suona già come qualcosa di speciale.
Sono sicuro che è esperienza di molti constatare come il biglietto scritto a mano sia efficace, non solo per le volte che l’abbiamo scritto noi, quanto piuttosto per le volte che l’abbiamo ricevuto. Fa sempre una certa impressione trovarsi fra le mani un foglio di cui dobbiamo interpretare la calligrafia, quale un prezioso pezzo d’antiquariato.
Mi ha colpito il tema posto da Lucy, quello dell’elogio. Concordo, deve arrivare al momento giusto, come un appuntamento cui non mancare. E l’effetto è strepitoso.
Spesso basta un semplice “bravo!”, detto con sincerità per rafforzare l’autostima di chi lavora con noi o per noi. Senza abusarne, abbiamo visto. Pena il diventare delle macchiette cui nessuno crede più. Aggiungo un caveat, però. Occorre anche stare attenti a non diventare degli elogiatori professionisti.

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Ci sono manuali e corsi che ci insegnano a farlo, esclusivamente come mezzo per aumentare la produttività. Le persone hanno un sesto senso eccezionale, un elogio fatto per mestiere puzza di bruciato lontano un miglio. E allontana, piuttosto che avvicinare, demolisce piuttosto che costruire. 
Un buon capo quindi sa dosare i suoi elogi, come le sue critiche. Lo riuscirà a fare innanzitutto se pensa alla sua esperienza come persona: anche per lui la prima soddisfazione sul lavoro risiede nella consapevolezza personale di averlo svolto nel migliore dei modi, di aver inciso secondo le proprie possibilità nella realtà, di aver restituito senso al tempo, diventato risorsa per costruire. Allora l’elogio è un supplemento, qualcosa di non dovuto né necessario che arriva quasi inaspettato, benvenuto come una sorpresa buona. Un supplemento che non offriamo all’altro per un puro calcolo strategico, ma perché in fondo compiacere qualcuno fa piacere anche a noi stessi. Perché la soddisfazione, quando vera, è sempre reciproca.

  • Marco Patruno |

    Quando lavoravo per un grosso call center, i team leader mi dicevano sempre: “bravo! bravo! ottima ricerca”. Mi dissero le stesse frasi anche in occasione del mio ultimo giorno di contratto. Mi tolsi le cuffie e dissi al team leader : “per favore non prendermi in giro”.
    Cordiali Saluti
    Marco Patruno
    http://generazionep.blog.lastampa.it

  • Bravo Luigi |

    Mi hanno insegnato che dare un feedback è come fare un regalo. E come un regalo bisogna saperlo fare: sceglierlo con cura tenendo presente la persona cui lo rivolgiamo, farlo arrivare al momento giusto, magari come una sorpresa. E se fatto bene farà piacere ad entrambi.

  • PierG |

    Ogni volta che diamo feedback (POSITIVO o NEGATIVO) rinforziamo un comportamento, ogni volta che NON diamo feedback … rinforziamo un comportamento.
    Se NON diamo feedback NEGATIVO, rinforziamo un comportamento che non vogliamo che sia tenuto. MALE!
    Se NON diamo feedback POSITIVO, rischiamo di mettere un dubbio e di NON rinforzare un comportamento che VOGLIAMO!
    Quindi … il feedback è come respirare: va fatto continuamente.
    Non tratteniamo il fiato,
    PierG
    http://pierg.wordpress.com

  • simon |

    Credo che in un’ azienda “dire grazie” a chi lavora e fa il suo dovere con qualita’ e passione abbia uno straordinario effetto collante, meglio di qualsiasi altra bizzarra iniziativa di team-building!

  • camillo cavanna |

    L’elogio mirato,non abusato, gratifica, motiva, come e più di un incentivo monetario, in quanto la dignità non è in vendita.
    Camillo Cavanna RSA FIBA CISL BPI

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