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JobFiction/ “State of play” di Kevin Macdonald: che cosa fanno i giornali (e i giornalisti) quando calano le vendite?

State of play 1
Inquietante scenario, questo proposto dall'ultimo film sui giornali e i giornalisti, come ce lo racconta il JobCritico Lombardi…Potrebbe essere anche l'ultimo film in assoluto ambientato in una redazione cartacea, questo ho sentito chiedere l'altro giorno da un collega in tv a Russel Crowe: d'ora in avanti al cinema vedremo le storie sui blogger..? Risata sguaiata dello stropicciato australiano (cliccandoci su le foto si ingrandiscono, a proposito..). L'ipotesi è realistica, è certo che l'ambientazione sarà meno divertente. Prossimamente sugli schermi arriva un film su Facebook , in effetti… E Marco Lombardi non l'aveva anche messo giù, un soggetto paradossale ambientato in JobTalk, per il compleanno del blog ?In ogni caso, il genere "E' la stampa bellezza.."e il giornalista-eroe (vero come in Fortapasc o  immaginario) continua ad ispirare storie…
Film: State of play, di Kevin Macdonald (USA)
Nelle sale di tutta Italia
Valutazione: quattro badge [straordinari(o). –
4 badge

La scala di valutazione di Jobtalk è in badge: 1 badge: "assenteista" – 2 badge: "part-time"- 3 badge "full-time" – 4 badge: "straordinari(o)" – 5 badge: "colpo di badge"
di Marco Lombardi.-   Ogni tanto in Italia ci si lamenta perché i magistrati indossano i panni dei politici, e i politici quelli dei magistrati, e i giornalisti quelli di varie categorie professionali, a seconda delle circostanze; fatto sta che se appena guardiamo fuori dai nostri confini, scopriamo che questa specie di anarchica job rotation ha luogo anche nei civilissimi Stati Uniti d’America. Andate a vedervi “State of play”, un thriller politico diretto dal regista de “L’ultimo re di Scozia”, ed interpretato nientepopòdimeno che da Russel Crowe, Ben Affleck, Racket McAdams ed Helen Mirren.
State of play 3

Protagonista è un giornalista veterano del Washington Globe (appunto Russel Crowe) che non appena vede l’amico politico Ben Affleck piangere pubblicamente a seguito dell’omicidio di Sonia, una sua stretta collaboratrice colla quale stava portando avanti un’inchiesta tesa a verificare il corretto utilizzo del denaro pubblico per la difesa nazionale, si sbatte per aiutarlo, questo povero deputato, dando ad una giovane collega della redazione online delle imbeccate tese a riabilitarne (correttamente) l’immagine, visto che quelle lacrime avevano fatto capire che fra i due – Ben e Sonia – c’era stata una relazione non soltanto professionale.
Poi il buon Russel cerca di capirne di più, e quando s’accorge che in quell’inchiesta c’è di mezzo una società privata composta di ex militari – la Pointcorp – che sembrerebbe essersi presa in appalto una fetta troppo grande della difesa degli interi Stati Uniti d’America, capisce che la posta in gioco è ben più che “personale”. Allora che fa? scavalcando completamente le forze dell’ordine (che ogni tanto si limitano a tirargli le orecchie, ma nulla di più), si mette ad indagare, raccogliere prove (occultandole per un numero sufficiente di ore affinché capiti un altro delitto), interrogare, registrare testimonianze, ecc. ecc.
Niente di nuovo sotto il sole, per carità, visto che il giornalismo d’inchiesta è uno dei topos del cinema, da “Tutti “Tutti gli uomini del presidente” a “Fortapasc”; quello che però in “State of play” un poco turba è il fatto che in questa storia ci siano degli omicidi da smascherare, e che il “Washington Globe”, spinto dal dichiarato (e disperato) bisogno di vendere copie, permetta che i propri cronisti si trasformino in veri e propri poliziotti.


Quello che ancora più inquieta è che il film non si renda conto di combattere un certo tipo di male ricreandone un altro di analoga natura: perché se va giustamente combattuta l’idea di privatizzare la difesa nazionale, dovendo questa essere gestita innanzitutto in nome dell’interesse nazionale, e non dal mero profitto, il film dovrebbe respingere con altrettanta energia il giornalismo che si fa garante dell’ordine pubblico, spinto com’è pure lui da interessi privati che vanno dalle copie vendute, alle mire narcisistiche – è il caso di Russel Crowe – o di carriera – è il caso della giovane collega che lo affianca – dei suoi giornalisti, se non addirittura da qualche obiettivo di natura amicale/affettiva (è ancora il caso di Russel Crowe).
Unicuique suum, viene da dire, ma nel senso del lavoro: perché a prescindere da qualunque giudizio morale, una società che mette al centro della propria strategia organizzativa il caos, è una società – pubblica o privata, nazionale o multinazionale che sia – destinata a durare poco. Nel film tutto questo alla fine non capita, ma si sa, i film sono soltanto dei film …
         

  • Marco Lombardi |

    @ Carlo – Commento puntualissimo, grazie. Ma i film li hai già visti entrambi? m’interesserebbe un tuo ulteriore commento ex post …

  • Marco Lombardi |

    @d Antonella – Grazie per il tuo commento. Vero, mi auspico anch’io che i due strumenti possano sempre di più convivere (e non da “Separati in casa”, per dirla col cinema!)

  • Carlo Arcari |

    Verissimo, il mito del giornalista-eroe continua a vincere al botteghino. Più a Hollywood che in Italia per la verità. Fortapache lo hanno visto pochi intimi, mentre State of play lo vedranno milioni di persone in Italia e in tutto il mondo; migliaia di giovani decideranno di fare come il protagonista del film di Macdonald, nessuno vorrà imitare Giancarlo Siani. Le storie vere al cinema tirano molto meno di quelle di fantasia soprattutto quando non hanno il lieto fine.

  • Antonella Appiano |

    Caro Marco, qualche considerazione sparsa dopo aver visto il film e letto la tua piacevole analisi. Sono d’accordo sul fatto che il giornalismo non debba farsi garante dell’ordine pubblico. Però non dovremmo mai dimenticare che “un buon giornalismo sarà sempre un bisogno fondamentale di ogni società democratica e civile”. Lo scrive Vittorio Sabadin autore di “L’ultima copia del New York Times”. E poco importa sotto quale forma. L’importante è che sia professionale. Onesto. Critico. Lo dico un po’ amareggiata dopo aver letto proprio ieri il rapporto Freedom House. L’Italia è l’unico Paese europeo ad essere stato retrocesso (nell’ultimo anno) dalla categoria dei Paesi con “stampa libera” a quelli con libertà parziale.Infine sul futuro dei giornali stampati, pur pensando che Internet sia una piattaforma fantastica e scrivendo io stessa on line, spero in una convivenza-coesistenza.Carta stampata accanto ai nuovi canali di informazione. Lo confesso: al mattino, per prima cosa, caffè e un giro sui quotidiani on line. Dopo,l’edicola. Mi è rimasto il piacere del giornale da sottolineare, stropicciare, annotare, ritagliare…
    Antonella Appiano

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