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Lo scalpo / Perché quando un’azienda partecipa ad una job fair non sta facendo employer branding

Ricevo questa provocazione in campo HR, piuttosto intrigante, da Eugenio Amendola. Vecchia conoscenza delle fiere del lavoro ai tempo di Task, quella che organizzava Il Sole 24 Ore in marzo, due giornate di bagno di folla elettrizzante con ottomila candidati a botta (per la sezione  Lavoro&Carriere che curavo allora era come ll festival di Sanremo per la Rai!!!), ma soprattutto apostolo dell'employer branding in Italia. Grazie Eugenio: aspetto commenti dai candidati, dagli addetti ai lavori, dalle aziende…
di Eugenio Amendola – Managing Director Anthea Consulting-  Employer Branding Consultant.-  Non so voi, ma quando sento parlare di career fair immagino persone in piedi in uno stand preso da assalto da migliaia di studenti che cercano forzatamente di trovare un varco tra la folla per cercare di allungare il proprio cv.  Non importa a quale azienda quello studente o neolaureato stia consegnando il suo cv. Il fatto che quell’azienda sia lì è perché evidentemente è in cerca di nuove risorse da assumere, pertanto si fa di tutto per lasciarne una copia sul desk ed in tempi anche abbastanza veloci perché poi bisogna farsi altre code per riuscire a consegnare il cv anche alle altre aziende che sono presenti.
Ovviamente questo clima di caos e confusione aumenta in proporzione alla dimensione della career fair ovvero al numero delle aziende presenti ed alla capacità degli spazi di contenere questo enorme flusso umano.

Evidentemente pochi saranno quelli che, con pazienza, sono disposti ad aspettare il proprio turno. Sono  coloro che sono realmente motivati ad avere un confronto con quell’azienda cercando di capire se vale la pena proporre la propria candidatura o no. In generale le persone di “talento” o comunque consapevoli del proprio talento o che hanno le idee più chiare su dove indirizzare la propria candidatura sono fortemente scoraggiati nel proporla in contesti di questo genere ed è più probabile che scelgano di allontanarsi dalla confusione cercando di raggiungere in altro modo le aziende per le quali nutrono un particolare interesse.
Può anche succedere che queste persone rimangano negativamente condizionate nel vedere l’azienda dei propri sogni immersa nella confusa ed indistinta marea di marchi e tra gli odori e sudori della calca umana. L’azienda dal canto suo riuscirà a comunicare ben poco della sua realtà e tanto meno riuscirà a spiegare in che modo quella realtà si distingue dalle altre e perché è così bello “andarci a lavorare”.
Unica consolazione sarà quella di portarsi a casa una valanga di cv, anche quelli indistinti, tra i quali individuare quelli più utili.
Un lavoro decisamente faticoso che spesso porta a selezionare candidature non proprio in linea con quello che si sta cercando ma, ovviamente, dopo una intera giornata di grande confusione, dopo aver accumulato  una stanchezza fisica e psicologica mai sperimentata prima e dopo, perché no, avere investito denaro per far parte di quel calderone di marchi, vuoi che non riesca a trovare tra quei cv le persone da assumere? Certo che si. Si deve giustificare, in qualche modo, l’investimento fatto. Poi però può anche succedere che nel primo anno di inserimento dei candidati, molti di questi lasciano l’azienda perché non vedono soddisfatte le loro aspettative.
E purtroppo si deve ricominciare da zero con la amara consapevolezza di avere speso male denaro, tempo ed energie e di essere costretti a dover rimpiazzare le persone ricorrendo questa volta, a strategie last minute. Questo è quello che può succedere ad un’azienda quando sottovaluta la differenza tra fare employer branding per rendere efficaci le proprie politiche di attracting e recruiting e comunicare il proprio marchio indistintamente.

 

  • Eugenio |

    Nel confermare la natura provocatorio del mio articolo, solo qualche chiarimento sulla promozione delle Job Fairs di Monster che mi da l’oportunità di approfondirne il suo significato. Il Keep Italy Working (così sono chiamate) è un progetto che ha orgine negli USA ed è stato li realizzato a seguito di un finanziamento del governo OBAMA. Le finalità sono di carattere sociale in un momento particolarmente critico sul piano occupazionale. Tradotto letteralmente Keep Italy Working significa tenere le persone a lavoro. L’evento è poi sbarcato in Europa ed è arrivato in Italia nele città di Roma e Milano. Aspetto non margnale: le aziende non pagano ma sono state selezionate in relazione a reali esigenze di reclutamento (spirito dell’iniziativa). Per questo motivo ho voluto contribuire a darne visibilità. Rimane inteso quindi che l’azienda che ha partecipato a questi eventi di cui sopra e poi non ha dato seguito a reali processi di inserimento avrà sicuramente trasferito una cattiva immagine aziendale che inciderà sul proprio employer brand. Mi auguro che questo abbia fornito un esaustivo chiarimento a Marco e, anzi, lo ringrazio per avermi dato l’opportunità di spiegare la peculiarità di questi eventi promossi da Monster, dettaglio che forse potrà soddisfare anche la curiosità di molti utenti del blog.

  • rosanna santonocito |

    il tono non è stato gradito, e comunque il linguaggio induceva al dubbio: le parole grondavano coinvolgimento e partecipazione, piuttosto che malafede. Un retrogusto di acrimonia poi è comune a molti commenti su Internet ultimamente. Boh…Se sei un neolaureato in cerca di lavoro ti consiglio un tantino più di distacco, aiuta ad essere lucidi.La passione l’aggressività usala pro domo tua (senza esagerare..)

  • Marco |

    Rosanna scusami ma era solo un’osservazione!
    Poi non ho capito la cosa della guerra tra le società di consulenza. Io sono solo un neolaureato che sta provando a capirci qualcosa di employer branding perchè mi piacerebbe lavorare in questo settore.
    Pensa, sono pure iscritto su Monster e mi tengo aggiornato anche su quello che fanno.
    Comunque, non ho pensato che ci fosse mala fede da parte di nessuno, non capisco perchè si debba pensare che c’è da parte mia.
    Tolgo il disturbo. Capisco che il contributo non è stato gradito.

  • rosanna santonocito |

    credo che ognuno sul suo sito sia libero di fare quello che crede , io rispondo di quello che c’è sul mio, non entro certo nel merito delle scelte pubblicitarie degli altri…conosco eugenio da molti anni, ben prima che esistesse monster, per questo lo ospito…e in quanto a monster, per quanto mi riguarda, benchè il jobsite in questione sia il partner di job24.it come motore di ricerca degli annunci, sappi che io non ricevo nemmeno le notizie sulle loro jobfair, quelle che vengono diffuse ad altri giornali e siti internet e giornalisti, e di solito non mi invitano neanche…questo ti rassicurerà sulla mia totale trasparenza e buonafede, no? Concludo dicendo che delle vostre guerrette tra società di consulenza e consulenti che vanno e vengono dall’una e dall’altra 😉 non me ne importa un accidente come credo non importi nulla a chi ci legge qui sul blog. Voliamo un po’ più in alto di solito con gli argomenti e i commenti, su Jobtalk, o è solo una mia impressione?

  • Marco |

    Ciao Rosanna, forse mi sono espresso male… intendevo dire che la tesi dell’articolo è che le job fair non servano per l’employer branding.
    Si può essere d’accordo o meno, ma fa un po’ sorridere che poi l’autore dell’articolo sul suo sito abbia come prima notizia la job fair di Monster!!!
    http://www.antheaconsulting.it/1/news_526017.html
    Non sarà che è solo perchè è lo sponsor di tutti i suoi eventi? 🙂
    Boh, scusami ma la credibilità dell’autore e di chi lo ospita dove finisce???

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