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JobDonne/ Sull’innalzamento dell’età pensionistica per le donne interviene il presidente di Aidp, associazione italiana dei direttori del personale

Ricevo dal presidente nazionale di Aidp, Associazione italiana dei direttori del personale Roberto Savini Zangrandi un commento  sulla questione dell’innalzamento della pensione per le donne avanzata dal ministro per la Pa  Brunetta e su cui avevo invitato i lettori alla discussione con il post di ieri. Il commento è lungo e articolato ed esprime il punto di vista di una associazione autorevole la cui opinione è centrale nel dibattito sul futuro del lavoro, quindi ho ritenuto opportuno di pubblicarla come post. Ringraziando Robero Zangrandi, lancio l’invito a tutti a partecipare..perchè questo è il bello ( e il senso) del blog!
di Roberto Savini Zangrandi- Presidente Nazionale AIDP – In merito alla idea lanciata dal Ministro R. Brunetta di equiparare l’età pensionabile tra donne e uomini al 65mo anno, idea in linea di principio condivisibile, pur considerando quanto stabilito nella sentenza della Corte Costituzionale n. 256/2002, in tema di parità di età lavorativa, ritengo che debbano essere presi in considerazione i seguenti elementi:
1) se la proposta ha valore per il solo pubblico impiego, si verrebbe a creare una situazione di incomprensibile differenza rispetto al settore privato, dove le donne vanno in pensione a 60 anni, dopo 20 anni di contribuzione,
2) in questo periodo di crisi economica, nell’ambito del settore privato, si tende ad anticipare l’uscita dal lavoro con CIG, mobilità e prepensionamenti; l’idea del Ministro Brunetta porterebbe a dilazionare di ulteriori 5 anni tempo del percepimento della pensione, per le donne, nelle Aziende in crisi,
3) sul fronte dei costi pubblici va detto che un pensionato costa meno di un dipendente dello stato,
4) nella attuale grave carenza di servizi pubblici per: bambini, anziani e portatori di handicap, l’obbligo, per uomini e donne, di rimanere al lavoro fino a 65 anni, potrebbe creare dei seri problemi alle famiglie, 
5) la proposta, lanciata da qualcuno, di lasciare il pensionamento volontario, per le donne, a partire dal 60mo anno, controbilanciata da incentivi a restare al lavoro, risulterebbe antieconomica per le casse dello stato, oltrechè improduttiva, perchè chi vuole restare al lavoro oggi, nel pubblico impiego, può già farlo e senza incentivi economici.
La materia, oggetto di varie modifiche nel corso degli ultimi anni,  è certamente di grande rilievo, e merita un approfondimento specifico che, però, tenga conto almeno dei punti sopra citati. Infatti le Organizzazioni, sia pubbliche che private, per poter pianificare e programmare, hanno bisogno di norme chiare, certe, che non trasferiscano i problemi all’interno delle Organizzazioni stesse, e, che siano possibilmente un pò stabili nel tempo.
L’Associazione Italiana per la Direzione del Personale è pronta, attraverso le sue strutture, a dare il contributo necessario a raggiungere l’obiettivo sopra indicato.

   

  • Claudio Malatini- GIDP/HRDA - Associazione Direttori Risorse Umane |

    La questione relativa all’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni per le donne è in linea di principio sicuramente condivisibile.
    Così pure secondo i criteri d’equità e di diritto evidenziati dalla Corte Costituzionale e dalla Corte UE.
    Non di meno sovviene la statistica che, com’è noto, evidenzia una speranza di vita nella popolazione femminile più elevata di almeno un lustro rispetto a quella maschile.
    Particolarmente significativa e incisiva è la motivazione con cui la Corte UE motiva il rigetto dell’argomentazione secondo la quale la fissazione, ai fini del pensionamento, di una condizione d’età diversa secondo il sesso è giustificata dall’obiettivo di eliminare discriminazioni a danno delle donne: “Non è con un anticipo della pensione, a fine carriera e, in casi sfortunati, anche a fine vita, che si può perseguire la parità uomo-donna nel mondo del lavoro e nella società. Si deve ricercare la parità in contemporanea con ogni fase della carriera e della vita; parità nelle opportunità e nelle possibilità di scelta”.
    Dinnanzi ad un tema di fondo di così rilevante portata in termini di equità, è opportuno non cedere alla tentazione, pur legittima e reale ma non risolutiva nel medio-lungo periodo, di convenienze economiche relative all’indubbio minor costo di un pensionato rispetto ad un dipendente pubblico. Il vero problema di fondo è rendere efficiente la pubblica amministrazione. Così pure la possibilità dell’attuale “prepensionamento” femminile a 60 anni nelle indubbie necessità di ristrutturazione cui andremo incontro in questo periodo di grave crisi economica, sarà d’aiuto ma non certamente, almeno si spera, negli anni a venire.
    La vera soluzione la s’intravede nella stessa motivazione UE sopra riportata. Bisogna leggerla in positivo come un’opportunità per finalmente mettere mano ad una politica di reale parità di diritti con un concreto sostegno alla popolazione femminile nel mondo del lavoro, dall’ingresso alle opportunità di carriera, alla maternità e, soprattutto, con infrastrutture funzionanti.
    Parimenti e con la stessa gradualità di medio periodo, si potrà innalzare obbligatoriamente l’età pensionabile per tutti i settori (pubblici e privati) ma assolutamente non disgiunta dal realizzo dei sostegni imprescindibili sopra accennati.
    Come il solito la via per una soluzione è quella più difficile, quella di una politica riformatrice e coraggiosa che non si nasconda dietro una populistica logica pseudo – risarcitoria.

  • Pasquale |

    La solita bomba ad orologeria che si innesca ogni fine anno; innescata da Brunetta mancava, se non altro oltre a far paura ci fa anche un po’ ridere; ma xkè non guarda gli sprechi che vengono perpetrati dai suoi pari (Professori, ministri, parlamentari) anzichè pensare a chi – come le donne, oltre che tali sono anche mamme nonne ecc. con il loro ruolo sociale, e poi ha chiesto alle aziende se vogliono ciò?

  • rosanna bettella |

    nella gran discussione in merito a questa questione non viene dato il giusto risalto al fatto che attualmente la donna può scegliere volontariamente di restare al lavoro fino ai 65 anni e questo in virtù dell’art. 30 della legge di parità, sia nel settore pubblico che in quello privato. allora dove sta il problema? già oggi l’età media dell’andata in pensione è più alta per le donne e inoltre, vorrei dire al ministro brunetta, perchè molte P.A. attualmente stanno negando alle lavoratrici questa possibilità, male interpretando, secondo me, il suo decreto? avrei piacere di una risposta, grazie.

  • egidio cervoni |

    E’ sbagliato anzi dannoso per il sistema Paese non dare certezze e mettere in discussione un tema così importante praticamente una volta l’anno.
    Invito tutti e in particolar modo i politici responsabili a non generare allarmismi con dichiarazioni fuorvianti e poche chiare. Almeno questo!

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