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JobCompleanno/JobFiction: “Un job perfetto” (sembrava l’ennesimo film sui call center, invece..)

Marco_lombardi_3
Film: Un job perfetto, di Bruno Barbone (Italia)
In uscita il 22 settembre 2008
Valutazione: cinque badge [colpo di badge]

5 badge
La scala di valutazione di Jobtalk è in badge: 1 badge: "assenteista" – 2 badge: "part-time"- 3 badge "full-time" – 4 badge: "straordinari(o)" – 5 badge: "colpo di badge"

di Marco Lombardi. – Ebbene sì, lo ammetto: dopo l’infornata di cinema che mi faccio ogni anno al festival di Venezia, per un totale di circa 60 film, 25 paninacci (pure quelli sono un film … dell’orrore), 20 conferenze stampa, 10 interviste, 8 appuntamenti, 15 articoli, 20 collegamenti radiofonici, 100 amici che ti telefonano per sapere quale film andare a vedere, vorrei passare almeno un mese lontano delle sale. Invece … che succede ogni anno, finita la Mostra? che ti esce un film sconosciuto che, proprio perché nessuno ne sa nulla, non ti puoi assolutamente perdere (e se fosse il capolavoro della storia del cinema?). Quest’anno quel film s’intitolava "Un job perfetto", un titolo che, nel suo scimmiottare l’ultimo film di Ozpetek (per giunta manco uno dei suoi migliori), lasciava presagire il peggio. Però parlava di lavoro, ed allora … che fare? bisognava assolutamente coprirlo, giornalisticamente parlando, per "Il Sole24 Ore".
I segnali premonitori della classica cagata pazzesca di fantozziana memoria c’erano tutti, tant’è che, proprio sulla strada per andare all’anteprima stampa, fermo ad un semaforo, un piccione decide bello bello di scaricare sul parabrezza della mia moto tutta la sua colazione, naturalmente (e profumatamente) rielaborata. "Merda!", mi dico (nel senso letterale del termine). Comunque sia, da buon critico indomito quale sono, vado in sala e mi posiziono colla mia penna luminosa in primissima fila, pronto a prendere appunti aspettandomi il peggio del peggio del peggio.
L’incipit è già tutto un programma: vedo un operatore di call center che prima risponde al telefono con stampata in viso tutta la felicità del mondo, e che poi, una volta fuori dall’ufficio, si mettere a ballare sul marciapiede in pieno stile "Singing in the rain". "Cominciamo bene …", penso fra me e me. Quando poi appare la sovrascritta "Un anno prima", che rimanda la storia a dodici mesi indietro rispetto al tempo presente, mi dò nel cretino nel voler essere sempre e comunque sul pezzo, senza mai perdermi un solo film uno. Evvabbè …
Dopo pochi minuti la pellicola svela le sue carte: trattasi del solito racconto del solito giovane neolaureato che, uscito con 110 e lode dall’università, cerca lavoro e non lo trova, fino a dover accettare – nel nome della santa pagnotta – l’unico impiego che gli viene proposto, e cioè quello in un call center dove si risponde tuttologicamente ai clienti di una marca di aspirapolvere, di un’altra di tonno in scatola, ed un’altra ancora di intimo per taglie extralarge.
"Che palle co ‘sti film sui call center, non se ne può più!", sussurro senza ritegno, guadagnandomi lo sguardo politicamente sdegnato del mio vicino di poltrona.

Mi faccio allora coraggio e vado avanti nella visione. Al protagonista capitano le solite cose di sempre: dopo una sola settimana di lavoro, messo a fuoco l’andazzo generale tra il semialienante ed il semisfruttante, decide di rivolgersi innanzitutto ai sindacati. Dopo aver riscontrato che quelli sono più depressi e vessati di lui, va allora dritto dritto dalla sua migliore amica, una certa Rosanna che, a sua insaputa, si dichiara blogger di un sito fighissimo di lavoro dove intervengono tutti i migliori esperti del mondo e dove ogni genere di problema e dubbio può essere affrontato e risolto.
Il nostro Santo (nel senso del nome, visto che così si chiama) comincia allora a navigare fra le varie pagine di questo ricchissimo giornale online. Prima va nella rubrica "Dr. Job", dove due avvocati gli fanno capire che i tempi sono quelli che sono, e che dunque il lavoratore è meglio che pensi a produrre, perché la legislazione non gli consente lamentele di sorta; poi va in "MyJob24", dove in teoria dovrebbero venir raccontate delle storie di successo, quelle che ti danno la forza per sperare di ottenere un lavoro migliore, ma poi subito vede che la curatrice della rubrica, una certa Loredana, fa dei ritratti di persone che oscillano fra Wonderwoman e l’incredibile Hulk; poi inizia a navigare fra gli articoli della rubrica "Flessibili o precari?", sperando che la risposta sia nel senso della flessibilità, mentre un certo Fabrizio gli dice con fare austero che tutto va nella direzione della precarietà …
Santo entra allora in una crisi irreversibile, bene testimoniata da un primissimo piano sul suo badge aziendale, che rivela delle inequivocabili impronte di denti. Non solo: da quel giorno i suo colleghi d’ufficio lo vedono dubbioso, pieno di fisime, con qualche inizio di tic nervoso … Santo prova allora a risentire Rosanna, che gli consiglia di visitare delle rubriche più easy, dove si cerca di guardare il bicchiere mezzo pieno delle cose: così, tornato a casa, prima prova a vedere "Job Art", dove però già solo i nomi dei disegnatori riescono a terrorizzarlo a morte (Zorbish e Arnald, con quei suoni un po’ da replicanti del lavoro, e poi Pedrazzini, dove tutte quelle zeta – zac zac zac – gli danno l’idea delle forbici, e da lì ancora quella dei tagli di personale possibili-prossimi-venturi); poi entra in "Job Fiction", dove un c’è un critico fuori di cocuzza ("ancora delle zeta, accidenti!", dice Santo fra sé e sé) che s’inventa dei film nei film, così da rendere astrusa, se non addirittura apocalittica, anche la pellicola più buonista del mondo.
Santo è messo proprio male: prima di sprofondare nel baratro più baratro, quello definitivo, quello da cui non si esce più, mai più, decide di sentire (come ultima spiaggia) il mega direttore del sito, un certo Ferruccio che è pure direttore di un giornale color rosa antico … "Lui sì che dev’essere uno tosto, uno che saprà ridare luce alla mia speranza", dice fra sé e sé. Solo che il buon Ferruccio alla domanda "Che devo fare per assumere un ruolo di responsabilità come il suo?", gli racconta di tutti i problemi politici che un direttore di giornale deve affrontare giorno dopo giorno …. Insomma, finita la telefonata Santo è al fondo del barile. Tant’è che, tornando a casa, decide di comprarsi 17 tipi di sonnifero, così tanti e così potenti da farci temere in un gesto folle e definitivo, il classico colpo di testa. Fortunatamente, appena sedutosi sul divano, il nostro eroe s’addormenta al naturale, e sogna di tutta quella banda di professionisti che vedono le cose più al nero di lui, e di tutti quegli altri di fuori che il lavoro ce l’hanno peggio del suo, oppure manco ce l’hanno … così che, al risveglio, Santo si sente addosso una carica di energia mai provata fino ad allora. Così tanta e così bella che, tornato in ufficio, da quel giorno comincia a vedere le cose tutte in rosa, trasmettendo ottimismo e felicità persino ai colleghi più incazzati.
Il film finisce con un’altra sovrascritta che ci racconta di come Santo, di lì a tre anni, sarebbe poi diventato l’amministratore delegato di quel call center, e di come sia poi rimasto riconoscente in eterno a quel fantastico blog dell’amica Rosanna, fino a diventare – per pura passione – il curatore di una rubrica dal titolo "Un job perfetto", piena di consigli motivazionali tanto folli quanto utili …
"Accidenti, che bel film …", dico fra me e me uscendo dalla sala, "… ma chi l’avrebbe mai detto?". "Ma che sarà mai questo sito incredibile che riesce a cambiare i destini professionali della gente?". Ma questo è l’inizio di una nuova storia …

   

  • Marco Lombardi |

    Grazie! mah, a Rosanna è piaciuto un sacco e dice che dovremmo farlo: se il Direttore FdB ce lo produce … (speriamo che ci legga!!)

  • Francesca |

    Ma che bel film! Uscirà in sala?!?! Tanti auguri a tutti!

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