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JobGiochi/DiarioOlimpico: ebbene sì, è l’ora di partire (l’ ultimo post da Pechino 2008)

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E arriva anche l’ultimo post dal "dietro le quinte" dei Giochi
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Olimpici. Stasera la fiamma delle ParaOlimpiadi si spegne e tutti, atleti, organizzatori e organizzativi, tornano a casa nei rispettivi Paesi. Come hanno lavorato, gomito a gomito, loro e i cinesi, le incomprensioni tra le culture e il problem solving, le scoperte piacevoli e i rompicapi quotidiani normali per chi va in ufficio a migliaia di Km da casa e ha colleghi di tutti i colori (letteralmente), questo l’abbiamo letto per tre mesi, da luglio. Credo sia stata una testimonianza molto contemporanea del lavoro com’è, arrivata da un punto di osservazione unico, e che ci abbia aiutato  a capire di più. Supergrazie all’insider, che ha dedicato a noi il poco tempo che aveva dopo giornate defatiganti, e ha superato difficoltà che non immaginate per farci arrivare i post eludendo gli occhiuti cinesi!
Ebbene sì, è ora di partire. Non lo dico soltanto perché con la cerimonia di chiusura di questa sera anche la fiamma paralimpica lascerà il “Nido”, lo stadio limpico, segnando così la fine dei Giochi pechinesi. In realtà l’urgenza di abbandonare il Paese è direttamente proporzionale alle stanchezza fisica, e all’intolleranza che ne consegue. Dopo settimane (per alcuni, mesi) di sonno risicato e irregolare, anche i più pacifici tra gli stranieri cominciano a mostrare qualche sintomo di esasperazione. C’è chi non ne può più di mangiare cibo cinese e chi non sopporta più di sentire la canzone olimpica ripetuta come un disco incantato in ogni angolo del Main Press Centre. Chi se la prende con l’inquinamento (anche se non è peggiore di quello milanese) e chi si lamenta per qualsiasi cosa, giusto per potersi lamentare.
Nel mio caso, credo di non poterne più di essere controllata. Controllata dalle cameriere al piano del mio albergo, che vegliano il corridoio con aria compita e si infilano in camera nei momenti meno opportuni. Controllata in metropolitana, dove per le Olimpiadi sono stati introdotti i metal detector – l’investimento più inutile al mondo, in un Paese mediamente arcisicuro come la Cina. E controllata nei miei spostamenti dentro e fuori i palazzetti o, come questa sera, sulla strada di ritorno verso il mio albergo. Tutta colpa delle misure di sicurezza per la cerimonia di chiusura, le stesse prese durante le altre cerimonie olimpiche.
L’area intorno al Nido (per un raggio di 5 chilometri almeno) è stata interamente blindata e chiusa al traffico, non solo a quello privato ma anche agli autobus olimpici, con ben 6 ore di anticipo rispetto allo spettacolo.

Decine di poliziotti sono stati posti a presidiare ogni incrocio e ogni accesso. E poi c’erano i volontari, ovviamente, che dovrebbero aiutare a orientarsi e invece non sapevano neanche dirti se c’era un bus per andare allo stadio, con la scusa che era la prima volta che lavoravano in quella zona.
Risultato: nessuna speranza di arrivare al mio albergo, che si trova a cinquecento metri dal Nido, a meno di aspettare un’ora e mezza. Perché perfino i tassisti, per evitare grane, si erano dati alla macchia.
Quando sono arrivata, centinaia di spettatori erano già in coda ai cancelli della linea della metropolitana olimpica, l’unico modo (piedi a parte) per raggiungere lo stadio. Tutti irreggimentati, tutti in paziente attesa. Tutti consapevoli che, Giochi o non Giochi, le cose qui funzionano così: quando c’è una regola, per quanto assurda, bisogna rispettarla.
Il che è giusto, a volte. Ma non se il tuo albergo si trova a un passo dallo stadio, se hai bisogno di arrivarci prima che la linea olimpica apra e se hai l’accredito in regola per accedere all’area blindata. Un cinese medio, al mio posto, si sarebbe messo in coda pazientemente, rinunciando ai propri impegni e alle proprie ragioni, aspettando che qualcuno, lassù in alto, desse il suo assenso per far finalmente partire la metropolitana. A me, invece, è sembrata una questione di principio. Una ennesima, insopportabile, restrizione alla mia libertà (in questo caso, di movimento). E allora mi sono messa a lottare per i miei diritti, davanti a decine di paia di occhi a mandorla spalancati per lo stupore.
C’è voluta mezz’ora – non è un’iperbole – di discussioni con cinque diversi volontari, di domande agli addetti alla sicurezza e di preghiere agli addetti ai trasporti. Finché ho deciso di impersonare l’unico ruolo che davvero riesce a smuovere i cinesi, almeno in tempi di Olimpiadi: quello della straniera insoddisfatta.
Ha funzionato. Il volontario mortificato mi ha portata a parlare da un poliziotto, che ha fermato un taxi per me e ha spiegato al tassista che avevo il diritto di entrare nell’area riservata e che avrebbe dovuto dirlo agli altri posti di blocco lungo il tragitto. Ce l’ho fatta, ma mi sono sentita come se avessi barato. Perché i Giochi in fondo sono stati così: un’esperienza fantastica, ma elitaria. Un ingranaggio perfetto, per chi era dentro. Pagato caro – in fastidi, in sacrifici, in limitazioni assurde – dalla maggioranza che era fuori.