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JobGiochi/ Diario Paraolimpico : il senso dei cinesi per lo sport (e per il rap)

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Non ci siamo dimenticati delle ParaOlimpiadi: stampa e tv in Italia non ne parlano, persino le agenzie fanno pochissimi lanci. L’Italia è a quota 14 medaglie, quindi non si sta comportando affatto male. In testa ci sono Cina  e Gran Bretagna. Paesi, lo sentivo raccontare oggi a Radio Popolare, in cui le persone disabili hanno molta più facilità a praticare lo sport di base, anche frequentando le palestre e gli impianti costruiti per i normodotati, per usare una terminologia olimpica. Per chi volesse saperne di più anche dopo la chiusura delle ParaOlimpiadi, c’è il blog Sportissimo!, si trova nel portale Internettabile. Lo linko volentieri perchè alle scuole serali di blogging che ho frequentato un anno fa mi hanno insegnato che si fa così. E’ un sito che esiste e funziona, non è estinto o scomparso come quelli che segnalano con stupore un po’ naif altri blog . Dacci oggi il nostro post quotidiano, si vede che riempire il quaderno dei compiti nella blogosfera è un bel problema. Qui si parla la lingua della diversity, e il diario cinese continua…
Forse non dovrei dirlo, forse non sarà politically correct. Però ogni volta che vedo la squadra cinese giocare mi viene il malumore. Non è perché, giocando in casa, finiscono sempre con l’avere performance migliori di quelle che ci si aspetterebbe da loro sulla carta. E non è neanche perché già sai l’uso distorto che verrà fatto delle mirabili gesta degli atleti nazionali da giornali e tv locali.
Quello che più mi irrita è il fatto  che, quando c’è da tifare per ilproprio Paese, i cinesi tirano fuori il peggio di sé. Che si tratti del divo Liu Xiang, la promessa dell’atletica che non ha mai gareggiato la sua finale, odegli sconosciuti giocatori di rugby in sedia a rotelle, l’atteggiamentodel pubblico è sempre esasperante.Quando in campo ci sono squadre di altri paesi, gli spettatori cinesi sanno essere molto civili. Hanno le loro preferenze, certo: difficilmente tifano per il Giappone, e tra Brasile e Usa preferiscono i più ricchi. Ma applaudono le azioni più spettacolari da qualsiasi parte del campo provengano e sostengono sempre anche i perdenti, soprattutto nei momenti difficili, dando prova di quella armonia (hexie) che la propaganda attuale ha tradotto in tutte le salse. Il pubblico a volte appare così equamente ripartito tra le squadre in campo che qualcuno sospetta che si tratti di un tifo altamente  organizzato, collocato ad arte per dare una immagine positiva della popolazione.Vero o fittizio che sia il sostegno, quel che è certo è che il fair play dei cinesi sugli spalti scompare del tutto quando in gara ci sono i loro atleti. Non soltanto il tifo diventa monolitico e, grazie al supporto numerico, travolgente per gli avversari. Ma è anche volutamente fastidioso.

Grida, cori e fischi non sono casuali, ma studiati apposta per disturbare l’azionedegli avversari. Un atteggiamento che, almeno alle Olimpadi, dovrebbe essere bandito per principio.Chi invece non può tifare apertamente, perché nelle sedi di gara sta lavorando, semplicemente si dimentica di quello che dovrebbe fare. Chiedono autografi ai nuotatori invece di fargli compilare i documenti a fine gara, si fanno scattare foto abbracciati ai cestisti invece di accompagnarli negli spogliatoi.
Sarà invidia da italiana  relativamente povera di medaglie. O sarà chec’è davvero qualcosa che puzza di imperialista, in tutto questo. Basta ascoltare la canzone che i tecnici del suono passano negli intervalli di gioco al mio palazzetto, quando in campo c’è la Cina. È un rap melodico, quello pensato per fare impazzire i teenager, e il ritornello dice:  "Sempre piùstranieri imparano a parlare il cinese". Da lontano mi pare di vederlo, il sorriso soddisfatto del pubblico mentre tiene il ritmo battendo le mani.