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Flessibili o precari/ Al Festival di Mantova il lavoro non c’era

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  Al Festival della letteratura di Mantova, diversamente da quello del cinema a Venezia, qust’anno il lavoro non c’era. Nei dibattiti, negli incontri: niente. Mi sembra già una notizia. Cìè voluto un film per tirare fuori questo tema, come ci racconta Fabrizio 
di Fabrizio Buratto.- Al Festivaletteratura di Mantova, chiuso domenica scorsa da Roberto Saviano, non si è parlato di tematiche riguardanti il lavoro, se si esclude l’incontro con Roger Abravanel e il sociologo Domenico De Masi proprio nella giornata di domenica sette settembre, titolo: “Come guarire dal mal di merito”, problema già affrontato nel post su “Meritocrazia”.
Strano perché la pubblicazione di testi sul lavoro, dai saggi ai romanzi ai libri più scherzosi, è vasta, come sappiamo noi jobtolkiani. Probabilmente gli organizzatori di Festivaletteratura non l’hanno ritenuta una tematica interessante o, peggio ancora, “appeal”.
Ma gli incontri, per fortuna, in un festival brioso come quello mantovano, a volte prendono direzioni inattese, dunque non si può escludere che qualcuno abbia finito per parlare di lavoro in dibattiti apparentemente lontani dal tema. Ad esempio, domenica è successo proprio in contemporanea all’intervento di Abravanel, quando a Palazzo della Ragione (che bel palazzo) Ettore Bianciardi e Gian Paolo Serino hanno rievocato la figura di Luciano Bianciardi.
Il figlio Ettore, nel ricordare come il padre fosse anche cinefilo, spiega di quando aveva organizzato un cineforum a Grosseto, indebitandosi fino al collo nell’illusione che gli operai e i minatori della zona ne seguissero la programmazione. Bianciardi stesso ne scrive, col suo stile amaramente ironico, ne “Il lavoro culturale”; spesso, queste visioni tra pochi intimi, si concludevano con un tragico dibattito, come direbbe Fantozzi. Ebbene, in conclusione di “Ladri di biciclette”,il noto critico invitato appositamente da Roma, cui si doveva la sala straordinariamente piena, dà una definizione ante-litteram del lavoratore atipico: “A noi Ladri di biciclette interessa solo nella misura in cui riesce a porre in forma popolare un problema d’importanza nazionale. Nel caso specifico il problema della disoccupazione. (…) Caso mai possiamo cogliere i limiti, assai notevoli, di questo film. Per esempio: l’operaio disoccupato non è un lavoratore tipico nell’attuale società italiana. L’operaio Ricci attacca manifesti, no? Quanti sono in Italia gli attacchini? E quanti i braccianti? Non ho con me i dati esatti, ma la non tipicità dell’uomo di De Sica mi pare di per sé evidente, no?”

Siamo nei primi anni Cinquanta, e il critico cinematografico vedeva nella mancanza di tipicità dell’attacchino un segno di esclusione lavorativa e sociale. A distanza di mezzo secolo la non-tipicità è divenuta atipicità, e l’essere un lavoratore senza punti di riferimento, la norma. Lette sotto questa luce, le parole del critico sono un documento molto interessante, anche perché egli rimarca la sua posizione contro l’operaio Ricci con queste motivazioni: “E poi non è inserito, non è inserito nelle lotte del lavoro dei nostri giorni. Compaiono forse nel film le grandi organizzazioni politiche e sindacali? Non solo,  ma la risoluzione dei suoi problemi è vista da De Sica in senso individualistico. L’operaio di De Sica è un uomo solo…” I commenti ai lavoratori soli del duemila.