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JobGiochi/ Diario ParaOlimpico: il problem solving e i cinesi che non sanno dire di no

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Secondo post del diario paraolimpico dal backstage dei giochi a Pechino. Il primo era ieri .  Aspettando 
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Oscar Pistorius
, che punta a quattro medaglie…
Al palazzetto dove lavoro c’è da spostare un computer. Una cosa da nulla: si tratta di traslocare il marchingegno da un tavolo a un altro che si trova a circa dieci metri di distanza in linea d’aria e, se mi dicessero che nessuno si offenderà nel vedermi risolvere la questione da sola, me ne occuperei io.
Ma ai giochi olimpici e paraolimpici, dove si gira tutto il giorno con un cartellino al collo a indicare chi sei e cosa fai, i ruoli sono chiari ed è meglio pensarci due volte prima di attraversare confini e prendere iniziative.
Per questo ho preferito spiegare il problema al mio nuovo manager e lasciargli gestire la questione. Lui certamente sa come sbrigliare la faccenda, visto che passa più tempo a blandire colleghi e superiori che a lavorare sul serio.
Un garbuglio in effetti c’è, e pare dipenda da un innocuo cavo. Il trasloco del pc, che dovrà servirmi nei prossimi dieci giorni durante le mie canoniche tredici ore di lavoro quotidiane, sarebbe banale, se non fosse che il computer deve necessariamente essere collegato al sistema generale che mette in comunicazione tutti i siti di gara delle Parolimpiadi.
Senza cavo, niente collegamento, ma per spostare un semplice filo sembra sia necessario l’intervento di tecnici appositi che al momento non sono disponibili. O meglio: pare che siano scomparsi dal palazzetto con la fine delle Olimpiadi, lasciando abbandonato a se stesso chiunque ora abbia bisogno di loro. Il mio sospetto è che per risparmiare sui costi, insieme con la maggior parte del personale straniero assunto per le Olimpiadi, anche i tecnici informatici siano stati rispediti a casa alla chiusura dei Giochi.
In ogni caso, sembra che qualcuno sia ancora in circolazione, ma ottenere il suo intervento sta diventando un affare di Stato.

Il responsabile dei servizi tecnici del mio palazzetto se n’è subito lavato le mani: “Qui non abbiamo più nessuno che possa sbrigare questo lavoro, non c’è niente da fare”, ha detto al mio manager. Il quale – più per prevenire i lamenti della straniera che per convinzione profonda – ha allora iniziato la
scalata della piramide. Prima è passato nell’ufficio del dirigente responsabile di tutti i servizi
offerti nel palazzetto, che lo ha ascoltato sorseggiando il suo tè e annuendo con aria assorta – ero presente, portata come si porterebbe un animale strano a dimostrazione della serietà della richiesta. Poi, consapevole di dover parlare con qualcuno di più potente, il mio manager ha bussato alla porta del vice responsabile dell’intero palazzetto. “Vorrei aiutarvi, ma non dipende da me”, gli ha detto. Felice di potersene lavare le mani, lo ha spedito a parlare con il suo superiore. E così via, fino a quando il mio manager ha capito che non gli restava che contattare, con tutti i salamelecchi necessari, il coordinatore di tutte le sedi di gara.
Non so se lo sforzo sia servito. Sono passati quattro giorni da quando è iniziata la nostra questua, ma il computer è ancora fermo dov’era e noi non abbiamo ottenuto nessuna risposta. Se è un no, lo capiremo dal silenzio. I cinesi piuttosto mentono, temporeggiano,  costruiscono frasi ipotetiche e fanno promesse che sanno già di non poter mantenere, ma un no chiaro, diretto e semplice non te lo dicono mai.