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Capitalisti individuali?/Il free lance che lavora da casa in mutande, ha diritto anche lui a una sindrome da rientro?

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Ha ragione Fabrizio a chiedersi: se la sindrome da rientro esiste, allora riguarda anche i freelance, ovvero tutta la variegata gamma di lavoratori individuali-indipendenti del secondo, terzo, quarto tipo? O è un diritto sindacale garantito solo ai T.ind.? E il test diagnostico di Ballerini funziona per tutti, aggiungo io?
di Fabrizio Buratto.- Leggendo il post di Rosanna sul  rientro in ufficio dopo le ferie, ho pensato: e chi lavora da casa? Dallo scorso anno –  al rientro da ferie che non si possono definire tali, in quanto non retribuite –  non ho ripreso a lavorare in un luogo fisico poiché con Sky TG24 ho un co.co.pro. a tutti gli effetti, dunque il mio lavoro si svolge prevalentemente da casa, e anche per JobTalk scrivo da casa.
Le nuove forme contrattuali stanno ampliando la schiera dei cosiddetti “free lance”; per quanto mi riguarda ho realizzato di esserlo solo qualche giorno fa, allorchè una persona a cui cercavo di spiegare in cosa consistesse il mio lavoro, mi ha domandato: “Quindi sei un free lance?”. Termine molto cool  a significare che puoi lavorare in mutande a casa tua, e all’ora che ti pare.
Tutti aspetti positivi, non c’è dubbio, una volta fatto il callo all’idea che il co.co.pro. si autodistrugge in un momento x come certi messaggi nei film di spionaggio, e i pezzi pubblicati variano di mese in mese, quindi se il free lance comincia ad essere troppo free può andare in bolletta e avere problemi con il pagamento delle bollette. Ma vediamo il bicchiere mezzo pieno, bicchiere sempre vicino al pc, contenente succo di frutta, Coca Cola, vino o acqua, a seconda dei momenti della giornata.
Già, perché il free lance non ha orari, o meglio, se li dà egli stesso. E se fa un lavoro che gli piace, è nottambulo ed ha problemi con il mattino, spesso si ritrova al pc di notte. Raramente, però, realizza che sta lavorando, così come raramente conta le ore. Anche le pause sono rare: rispondere ad una mail, ascoltare una canzone, lavare i piatti, uscire per fare la spesa prima che chiuda il supermercato; lui sì, ha orari ben definiti. In ufficio, al contrario, le ore si contano, e passano molto più lentamente. E non si può ascoltare una canzone per staccare cinque minuti, i piatti forse sono in lavastoviglie o c’è chi li lava per noi, e faremo la spesa appena usciti dal lavoro.

A casa non ci sono colleghi: “meno male”, penseranno in molti, ma c’è chi senza qualcuno con cui interagire o il capo che gli alita sul collo non riesce a gestirsi, rimanendo irretito dalla rete, ovvero perdendosi nel cazzeggio che solo internet è capace di offrire. Certo, non dover prendere treni, autobus o metropolitane per recarsi al lavoro rappresenta un grande risparmio di tempo, meno stress, ma a casa non c’è il telefono dell’ufficio, così tutte le telefonate sono a carico del free lance, come le ricariche del cellulare. Chiedere a qualcuno di skypare pare ancora una cosa strana, specie se si tratta di una persona sconosciuta, e non sia mai che la richiesta venga intesa come una proposta oscena.
Se l’ufficio spesso viene vissuto come una galera, a volte è pure galeotto, dunque ad un free lance single (un free-free lance) offrirebbe opportunità di incontro impossibili nella solitudine casalinga.
A meno che, di nuovo, non ci si affidi al pc entrando in qualche chat o community per free-free lance. No, sarebbe davvero troppo: col pc leggo, scrivo, guardo le foto, il TG, i video su you tube, skypo (presto entrerà nel vocabolario, tanto vale cominciare ad usarlo), ascolto musica, vedo film, controllo il conto in banca: lasciatemi uscire e guardare in faccia una ragazza mentre le parlo!   

  • antonella appiano |

    In effetti questa mattina ho scritto appena sveglia, ancora in camcia da notte,sul terrazzino, con la tazzona di caffé vicino alla tastiera. A me piace. Però forse perché sono soltanto – come scrive Frabrizio- free-lance e non “free fre-lance”. Qundi “munita” di interfaccia reali, moltooo in carne ed ossa. Con marito e family allargata impossibile diventare una “drogata” da lavoro. Un rischio in agguato. Senza orari fissi, stabiliti spesso lavori molto di più, non stacchi, ti lasci trascinare senza tenere il conto delle ore.@ Rosanna, diabolica tentatrice:la tua proposta è divertente ma in camicia da notte la foto non la posso mandare. Sarà per la prossima volta…Antonella Appiano

  • Roberta |

    Io invece sono una “contract-lance” nel senso che lavoro a tempo indeterminato per un’azienda e lo faccio da casa. Ma non sono l’unica a farlo. Siamo in 6 dipendenti e ognuno di noi sta a casa propria, nella propria città. Bellissimo e orrendo al tempo stesso, i colleghi divenuti entità virtuali, tutto l’opposto di “Camera Café”.
    Oggi è il 15 maggio 2009 e la maggior parte delle persone che conosco, parenti miei compresi, non ha capito in cosa consista il mio lavoro. A volte ho dei dubbi pure io…Mi conforta sapere che ho fatto il mio lavoro quando l’azienda per cui lavoro fattura grazie a me, ma c’è il rischio, quando si sperimenta un calo produttivo (con la crisi i clienti mandano meno lavoro) di sentirsi inutili e “a rischio”. Rischio di che? Che si diventi, giocoforza, dei freelance…categoria che ammiro e temo al tempo stesso. Sulla questione lavastoviglie, no orari, workaholic, esseri umani in carne e ossa (i miei 3 figli fondamentalmente) siamo perfettamente equiparabili ai freelance. Quando c’è da lavorare si lavora spesso anche la sera dopo cena.
    Ciao!

  • Laura |

    Dall’esterno: ecco, io sono una che di tanto in tanto spezza in carne e ossa la solitudine di un freelance. Generalmente lo trovo in tenuta domestica (ma in mio onore, in quanto ex moglie, indossa sempre i pantaloni), circondato da bucato steso, materiale di lavoro, computer acceso con chat in atto, stoviglie ammonticchiate, bicchiere di vino a portata. In genere vengo assalita da vivaci resoconti sui contatti virtuali e sulle grane di lavoro, ma soprattutto dalla disperata denuncia di incapacità di scindere tempi e luoghi, mescolando impegno (molto) e svago (poco) implacabilmente entro le mura.
    Lo stacco vero è l’uscita fisica dal perimetro.
    Forse non tutti sono adatti a lavorare da casa, forse farlo in un monolocale ti può destabilizzare di più. E allora immagino: un open-space con postazioni a disposizione, a modicissimo costo orario di noleggio, dei free lance colti dalla voglia di profumo di ufficio e di varia umanità, o semplicemente bisognosi di farsi imporre, anche dall’ambiente, un ritmo definito lavoro/riposo. Non si può, troppi costi, ok… ma non sarebbe bello?

  • maria rita meucci |

    Anch’io moooolti anni fa sono stata free-lance e ogni tanto ne sento la nostalgia, perchè non c’è dubbio che il contatto umano faccia bene, che tutti desideriamo che qualcuno irrompa nella nostra vita in carne e ossa….ma quando a irrompere sono troppi…Beh, che dire? Ve lo immaginate da soli!

  • Alessandra |

    Personalmente ho accanto a me, poco distante dal mouse, una tazza con una tisana… chiedo a mio marito, all’altro computer, non free-lance, ringraziamo iddio, ma lavoratore turnista: “che tisana hai fatto?”. “quella depurativa”, ha risposto.
    sì, è FONDAMENTALE che gente in carne e ossa IRROMPA nella nostra vita… salvo poi ritrovarsi in due in pantaloncini e maglietta a scribacchiare su una tastiera!

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