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JobGiochi/Diario olimpico: come si dice in cinese “flessibilità”? Non si dice…E pennichella?

Ni hao! Un’altra puntata del diario dietro le quinte di Pechino 2008. Qualche settimana fa in Italia, la Cassazione ha sentenziato che chi fa la pennichella in ufficio può essere licenziato, chi si abbiocca e subito si riprende, no…Leggete che cosa succede nel backoffice dei Giochi, mentre nel frontoffice si nuota, si corre, si schiaccia, si volteggia, si duella

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…Io sono contenta per Usain Bolt, al quale avevano proibito da giorni di ascoltare musica per non deconcentrarsi…Orrore! Adesso puoi sfilarti la scarpina dorata, Saetta, e spararti il reggae nell’ I-pod… GLI ALTRI POST: 1 2 3 
Flessibilità. Se c’è una parola in cinese per esprimere il concetto io
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  non la conosco, e di certo non è nell’elenco delle più usate all’interno del Comitato olimpico di Pechino 2008 (Bocog). Le decine di stranieri arruolati per lavorare gomito a gomito con i colleghi cinesi se ne sono accorti molto presto e ci sbattono la testa quotidianamente – per lo più invano. C’è chi ha combattuto lunghe crociate per tentare di mutare i propri orari di lavoro, chi ha provato a smussare le più rigide convinzioni dei propri capi in materia di organizzazione dei volontari e chi, semplicemente, ha gettato la spugna – e ha cominciato a contare i giorni che mancano alla fine del proprio contratto.
Ma c’è una norma contro cui tutti, senza distinzione, si sono ribellati con ogni mezzo: la regola, scritta da qualche parte nei libri sacri di Bocog, secondo cui tutte le persone che lavorano in uno stadio devono presentarsi al lavoro tre ore prima dell’inizio delle gare e restare in ufficio fino a tre ore dopo la fine dell’ultima competizione. Un esempio può aiutare a capire l’assurdità della pretesa.

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La programmazione delle gare nella maggior parte degli stadi è serratissima ed estenuante, con competizioni che partono la mattina presto e finiscono a notte fonda. Nulla di nuovo per chi lavora agli eventi sportivi, impiegati o giornalisti che siano: quando le competizioni partono non rimane più tempo per nient’altro, neanche per dormire. A Pechino, le giornate più lunghe sono quelle di chi lavora nelle sedi di beach volley, badminton, tennis, pallavolo e basket. Le partite dei cestisti iniziano ogni mattina alle 9 e finiscono ogni notte dopo l’1. Applicando la regola aurea del Comitato cinese, le persone che lavorano in questo palazzetto dovrebbero entrare in ufficio alle 6 di mattina e uscirne alle 4 della mattina seguente, per godere della bellezza di due ore di sonno (escluso il tempo per gli spostamenti) prima di ricominciare a lavorare.
I cinesi obbediscono, ed è comprensibile, visto che dovranno rendere conto del proprio operato e che saranno giudicati anche (forse soprattutto) sulla base del presenzialismo dimostrato. Per questo ogni tanto scompaiono mezz’ora, in momenti casuali della giornata, per poi ricomparire con i capelli spettinati e lo sguardo spento, i pantaloni stropicciati e la maglietta arruffata, dopo una pennichella d’emergenza.
Gli stranieri invece fanno di testa loro, nonostante la riprovazione dei superiori e l’invidia dei colleghi. Sanno che nessuna punizione troppo grave può colpirli e preferiscono un po’ di disprezzo piuttosto che trascinarsi al lavoro come sonnambuli tutto il giorno, per venti giorni. Solo una remora li attanaglia: se non saranno loro ad andarci di mezzo, a rendere conto del loro assenteismo sarà il loro manager. Che dovrà trovare argomenti convincenti per spiegare come mai non è riuscito a far marciare a dovere quei pigri dei suoi colleghi stranieri.

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